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La sinistra orfana degli spettri fascisti

di Mario Sechi giovedì 16 aprile 2026

2' di lettura

La narrazione della sinistra anti-Meloniana in questi anni si è basata sull’equazione tra destra sovranista e fascismo storico, un falso che sta collassando e finirà per travolgere i suoi pifferai. 

Due fatti hanno dato un colpo letale allo storytelling progressista sul ritorno del totalitarismo: il primo, la sconfitta di Viktor Orban nel voto in Ungheria, dove il presunto “dittatore” ha accettato un verdetto democratico e pacificamente ha lasciato il governo, un trionfo delle regole dello Stato di diritto, a Budapest, dove la sinistra qualunquista vedeva solo autoritarismo; il secondo, l’attacco di Donald Trump a Giorgia Meloni (reiterato ieri in un’intervista a Maria Bartiromo sulla Fox) che ha fatto evaporare il legame ideologico tra Donald e Giorgia, la prova - secondo la sinistra ipnotizzata dal canto degli Inti-Illimani - di un disegno autoritario che va dalle rive del Potomac a quelle del Tevere. Un terzo fatto ha aperto una crepa profonda: l'incontro (svelato da Libero) di Giuseppe Conte con Paolo Zampolli, uomo d’affari legato a Trump, che non casualmente coincide con un crollo nei sondaggi per le primarie del capo dei 5Stelle contro Elly Schlein, prova di una leadership instabile e vulnerabile a fattori esterni.

La sola narrazione unificante del “campo largo” - l’anti-trumpismo come virus da inoculare per uccidere il melonismo - è finita, esponendo le divisioni interne e l’assenza di un programma di governo alternativo.

L'agenda ora è dominata da realtà geopolitiche concrete — la guerra in Ucraina, la crisi nel Golfo, i negoziati in Medio Oriente — che l'esecutivo sta affrontando, mentre l’opposizione è costretta a rianimare artificialmente lo “spettro fascista” con una manifestazione il 18 aprile a Milano contro Matteo Salvini e i Patrioti, un preludio del solito 25 aprile dell’odio e del rancore, in cui vedremo sfilare le majorettes dei nemici del mondo libero. Quando si esce dalla fiction, l’opposizione appare incapace di ingaggiare il governo sui dossier reali, come la guerra in Ucraina (ieri l’incontro Meloni-Zelensky a Palazzo Chigi sul quale il campo largo mostra un vuoto pacifinto e parolaio), la gestione della crisi di Hormuz, i negoziati tra Israele e Libano, la ricerca di nuove (e sicure) risorse energetiche. Folgorati dalla vittoria nel referendum, con il passare dei giorni appaiono fulminati dalla realtà.

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