E adesso? Lo scontro tra Meloni e Trump ha spiazzato la sinistra, che non può più continuare a insistere con la solita tiritera di Giorgia «serva» del presidente Usa («serva» oppure, indifferentemente, «cheerleader», «valletta», «cameriera» eccetera eccetera...). Certo, sulle prime Elly Schlein ha provato a darsi un tono istituzionale difendendo il presidente del Consiglio. «Nessun leader straniero», ha detto in Parlamento la segretaria del Pd, «può permettersi di insultare e minacciare il nostro Paese e il nostro governo». Giusto. Ma era chiaro fin da subito che non sarebbe durata a lungo. E infatti, dopo il giorno della “solidarietà”, è arrivato quello della “solidarietà, ma...”. «L’attacco di Trump all’Italia è irricevibile», ha tuonato Stefano Bonaccini, presidente dei dem. Aggiungendo subito che però «non basterà una dichiarazione a cambiare un’intera politica estera fatta di assenze, subalternità e scelte sbagliate». Tra i democratici hanno poi parlato Andrea Orlando («la premier arriva tardi») e Piero De Luca («giravolta tardiva, poco credibile e inefficace»), allontanandosi definitivamente dal fair play iniziale di Elly.
Ai Cinque Stelle va riconosciuto almeno di non aver cambiato linea: loro, infatti, non hanno mai espresso alcuna solidarietà alla Meloni, attaccandola fin da subito. E ieri hanno rincarato la dose. Secondo Giuseppe Conte, per la premier «l’affinità ideologica con Trump viene prima dell’interesse nazionale» (la tensione di queste ore dimostra casomai il contrario, ma vabbé...). Mentre per Chiara Appendino «sta cercando di ricollocarsi in modo non credibile, perché ha legato mani e piedi l’Italia a compagni di viaggio sbagliati. Il supporto a Orbán, la sudditanza a Trump, l’abbraccio folle alle politiche di von der Leyen in Europa, la complicità con Netanyahu... Meloni dovrebbe chiedere scusa». Ora, all’ex sindaca di Torino andrebbe ricordato che l’Ungheria è un Paese dell’Unione europea dal 2004, che l’alleanza con l’America dura da 80 anni e che l’Italia ha riconosciuto Israele nel 1949, ben prima che Giorgia nascesse. Insomma, sono Paesi amici da decenni e lo rimangono al di là della simpatia o dell’antipatia verso chi governa.
Quanto poi alla von der Leyen, forse la Appendino non ricorda che nel 2019 i Cinque Stelle furono determinanti per la nascita della prima commissione guidata dall’esponente tedesca del Ppe. Era la tanto celebrata “maggioranza Ursula”, primi tentativi di alleanza tra grillini e Partito democratico... se oggi ritengono di aver sbagliato, forse a chiedere scusa dovrebbero essere loro... C’è infine un altro argomento che in queste ore viene usato strumentalmente contro il presidente del Consiglio: «Ancora poche settimane fa proponeva Trump per il Nobel per la pace». Lo hanno detto, ad esempio, Angelo Bonelli di Avs, Gaetano Pedullà e Riccardo Ricciardi del Movimento Cinque Stelle e il già citato Bonaccini. Il riferimento è a quello che la premier ha dichiarato a gennaio, dopo il vertice intergovernativo Italia-Germania, rispondendo a una specifica domanda di un giornalista. Ecco le sue parole: «Spero che un giorno potremo dare il premio Nobel per la pace a Trump. Se farà la differenza per una pace giusta e duratura per l’Ucraina, finalmente anche noi potremo candidarlo al Nobel...». Insomma, solo l’auspicio che Donald potesse far finire la guerra in Ucraina. Ci hanno sperato in tanti. Tranne che la sinistra. Piuttosto che una pace fatta da Trump, si sa, da quelle parti preferiscono la guerra ad oltranza...