Una leader «forte e fantastica» che è stata in grado di «prendere d’assalto l’Europa» e che ha permesso di instaurare «un ottimo rapporto tra Stati Uniti e Italia». A leggerle oggi, le dichiarazioni che il presidente americano Donald Trump ha riservato a Giorgia Meloni solo lo scorso anno evidenziano che qualcosa si è incrinato fra i due, come effetto collaterale delle operazioni militari in Iran. Ma ricordano anche che tra Palazzo Chigi e la Casa Bianca le comunicazioni non si sono interrotte, nonostante le ultime frizioni.
Due caratteri che non temono di dire la loro e un rapporto contraddistinto da reciproci apprezzamenti, specie con un Trump disposto a sfidare le accuse di sessismo quando ha descritto Meloni come «una giovane e bellissima donna». È il 13 ottobre 2025 e a Sharm el-Sheikh viene presentato il piano di pace per il Medio Oriente, con il lancio del Board of Peace per la ricostruzione di Gaza. Tra i trenta capi di Stato e di governo arabi ed europei presenti, il presidente del Consiglio spicca come unica figura femminile del gruppo. «Non ti offendi se ti dico che sei bella, vero? Perché lo sei», gigiona l’inquilino della Casa Bianca.
Al di là delle considerazioni legate all’aspetto, ci sono soprattutto quelle inerenti alla politica e alla diplomazia. E così Giorgia è davvero «una persona molto speciale» che «sta facendo un lavoro fantastico»: affermazioni pronunciate nello Studio Ovale sei mesi prima (17 aprile 2025), quando tra i due lati dell’Oceano Atlantico sale la tensione sul ruolo di Stati Uniti e alleati europei all’interno della Nato – con Washington decisa a garantire il proprio impegno solo a fronte di un aumento della spesa militare dei partner.
Il vertice diventa l’occasione per invitare ufficialmente Trump a Roma e per rimarcare, da parte italiana, la sinergia con gli americani «a rendere di nuovo grande l’Occidente» e a lavorare per un accordo di pace tra Ucraina e Russia. D’altronde, «gli Stati Uniti restano il nostro principale alleato, indipendentemente dall’amministrazione in carica», commenta la premier dopo l’elezione del candidato repubblicano nel novembre 2024. «Ognuno difenderà i propri interessi, preservando l’amicizia», rilancia nel febbraio 2025, a pochi giorni dall’insediamento ufficiale di Trump, con un intervento video alla Conservative Political Action Conference (Cpac), l’appuntamento più importante della galassia conservatrice americana.
Se da una parte Donald – come da prassi consolidata – travalica il cerimoniale verbale e gestuale, Meloni si muove più delicatamente, ma non lascia nulla al caso. Come accade quando dalla Casa Bianca, lo scorso gennaio, giunge la bordata: gli europei non si danno da fare con la Nato e si tengono lontani dalla prima linea come avvenuto in Afghanistan, mentre sono solo gli Stati Uniti a pagare il prezzo, anche con le vite dei loro soldati. Parole «che non sono accettabili» perché l’amicizia tra Paesi alleati esige «rispetto», mette in chiaro il presidente del Consiglio, che ricorda a Trump come, nella guerra al terrorismo islamico dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, l’Italia «ha sostenuto un costo che non si può mettere in dubbio: 53 soldati caduti e oltre 700 feriti».
Preamboli di un confronto che si ripresenta a inizio aprile, dopo che il governo italiano ha negato agli Usa di utilizzare la base militare di Sigonella, in Sicilia, a causa di una richiesta tardiva di far rifornire gli aerei diretti verso il Medio Oriente, nell’ambito delle azioni in corso in Iran. L’episodio arriva sulla scia della forte polemica per lo stesso motivo con la Spagna del socialista Pedro Sánchez, che scatena la dura reazione trumpiana («Toglieremo tutti i rapporti commerciali»). L’Italia è un alleato leale degli Stati Uniti, ma non è subordinata, come Meloni ha più volte messo in chiaro, indicando che nella politica estera del governo convivono un atlantismo convinto e la difesa degli interessi nazionali.
Il no di Roma non è ideologico come quello di Sánchez: non è infatti stata presentata una richiesta formale da parte americana, non sono stati coinvolti i vertici italiani e dunque la questione non rientra nelle attività ordinarie previste dagli accordi bilaterali. Come ammetterà poi un funzionario del Pentagono. Le frizioni ci sono – le uscite su Papa Leone XIV rincarano la dose – e la stizza di Trump per il mancato sostegno italiano sull’Iran tradisce il nervosismo di chi confida in un aiuto incondizionato. Ma ci sono anche le solide basi per rimettere ordine.