Prudenza e realismo, prima di tutto. Presentando il Dfp che certificala non uscita automatica dalla procedura d’infrazione europea, per poche decine di milioni che ci hanno fatto superare il fatidico 3% di deficit, Giancarlo Giorgetti avrebbe potuto giocare in attacco, rivendicando il successo della sua gestione. D’altra parte, sarebbe difficile sostenere il contrario. Nel 2020, causa Covid su cui Conte ha messo il carico del Superbonus, l’indebitamento era schizzato al 9,4%. L’anno successivo, malgrado un rimbalzo straordinario del Pil dell’8,9%, recuperando pienamente il crollo dell’anno pandemico, il deficit è rimasto inchiodato all’8,9%. Non è andata molto meglio nel 2022, con un’ulteriore crescita del 4,7%. Indebitamento fermo all’8,1%.
È qui che si è inserito Giorgetti, lavorando a testa bassa su entrate e uscite e riuscendo già nel 2023 a portare il rosso al 7,2%. Poi la magia nel 2024, con una crescita fiacca dello 0,7% (ricordiamo sempre che il rapporto deficit/pil dipende da entrambi i fattori) il valore è crollato al 3,4%. Fino ad arrivare, sempre in un contesto di basso prodotto interno lordo (0,5%), ad un deficit record del 3,1%, più basso di quello previsto nel Documento programmatico della scorsa primavera al 3,3%.
Ora, è vero che negli ultimi mesi si era accarezzata l’idea di uscire anzitempo dalla procedura d’infrazione. Ma è altrettanto vero che il ministro dell’Economia avrebbe potuto presentare i numeri del Documento di finanza pubblica a testa alta, dicendo di aver fatto un miracolo rispetto alla situazione ereditata. Cosa non troppo lontana dal vero. Lo stesso governatore di Bankitalia, Fabio Panetta, qualche settimana fa ha ammesso che il buon lavoro sulla finanza pubblica fato negli ultimi anni metterà al riparo l’Italia dall’impatto della crisi internazionale.
E invece, nella consapevolezza (o nel dubbio) che le cose potrebbero precipitare da un momento all’altro, Giorgetti ha deciso di giocare sulla difensiva, avvertendo che anche le revisioni leggermente peggiorative inserite nel Dfp potrebbero diventarlo ancora di più. Una scelta dovuta anche all’avvicinarsi dell’ultima legge di bilancio, dove i partiti della coalizione presumibilmente privilegeranno le esigenze elettorali alla tenuta dei conti. E per il titolare di Via XX Settembre sarà più complicato alzare il muro che ad ogni autunno ha sempre alzato di fronte alle richieste spenderecce di alleati e compagni di lotta. Fondamentale, ovviamente, sarà il solido asse fin qui costruito, e mantenuto, con Giorgia Meloni. Anche lei sempre più costretta a tenere un piede nel buon governo e uno nelle prospettive politiche della sua leadership. Il patto finora regge. «I conti sono in ordine, nessuno oggi può dire che l'Italia non abbia i conti in ordine», ha detto ieri da Cipro la premier, puntando ancora una volta il dito contro chi l'ha preceduta: «Pesa il disordine del passato». Me nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, rivendicare i successi passati potrebbe non essere più sufficiente.
L’eredità avversa ha pesato. E tanto. Ma ora gli spazi di manovra potrebbero essere compressi enormemente anche dalla congiuntura in atto. Di qui la prudenza di Giorgetti, secondo cui le stime «sono già oggi discutibili» e «richiederanno aggiornamenti». All'orizzonte c'è un potenziale peggioramento della crescita, che il governo ha fissato allo 0,6% per quest'anno e il prossimo e allo 0,8% nel 2028. A prospettarlo è lo stesso Dfp, che traccia uno scenario di rischio caratterizzato dal prolungarsi della guerra: l'effetto sarebbe una riduzione del tasso di crescita del Pil, che scenderebbe allo 0,4% quest'anno e finirebbe in recessione il prossimo. Posizione non isolata. Con le crescenti pressioni di spesa, legate alla guerra e agli impegni per la difesa, avverte pure l'Ocse, rischia di profilarsi la necessità di una pesante «correzione di bilancio». Anche l'Upb, che ha validato il quadro macroeconomico del Dfp, tiene alta la guardia: «Lo scenario internazionale è esposto a fortissimi rischi e le previsioni potrebbero essere riviste, anche in misura significativa, nell'arco di un breve intervallo di tempo». Il quadro, ha spiegato Giorgetti, che vuole muoversi il più attaccato possibile ai dati reali, è «in peggioramento», a causa di «elementi che operano in senso stagflativo». In questa situazione i margini di bilancio «ridotti» impongono la necessità di «ridefinire le priorità e riprogrammare gli aumenti previsti» anche nella difesa, avverte il ministro. Il governo comunque «continuerà a sostenere i redditi disponibili delle famiglie e la liquidità delle imprese».