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Pd, bengalesi schierati a Venezia: "Voti nel nome di Allah"

di Massimo Sanvito martedì 28 aprile 2026

3' di lettura

 Domanda-premessa al Pd di Venezia: se uno è italiano e cattolico può candidarsi con voi oppure viene scartato a prescindere? Perché a sfogliare le liste dem per le Comunali in programma il 24-25 maggio sembra di essere stati catapultati in Bangladesh. Rhitu Miah e Kamrul Sayed per il Consiglio comunale. Abdul Mahade e Begum Sumaya per la municipalità di Marghera. Ali Afai per quella di Mestre. Ali Hassain per quella di Favaro. Tanzima Akter Nisha per quella di Zelarino. Sette candidati, sia per la città che per i vari quartieri, che potranno pescare in un bacino elettorale molto corposo: i bengalesi che possono votare, nel capoluogo veneto, sono circa 3mila; senza considerare gli altri fedeli di Allah di ogni nazionalità, su tutti i pakistani. I volantini che rimbalzano per Venezia, di cui ha dato conto il Tempo, danno la cifra di cosa significhino queste elezioni comunali per la comunità che il Pd ha deciso di schierare a sostegno del candidato sindaco Andrea Martella: sono la prova regina per dimostrare di essere in grado di incidere nella vita politica non in quanto “nuovi italiani” ma proprio in quanto bengalesi e islamici. L’obiettivo dichiarato, non a caso, è la creazione di una nuova moschea sui terreni di un’ex falegnameria di Mestre. Tanto che la comunità in questione da tempo sta raccogliendo soldi per far decollare il progetto: anche durante l’ultima festa di fine Ramadan.

Prendete il santino elettorale (che trovate in questa pagina) di Abdul e Begum, candidati a Marghera. C’è la bandiera del Bangladesh, è tutto scritto in bengalese e la donna (Begum) ha scelto di farsi ritrarre con un abito tradizionale e il velo islamico a coprirle la testa. La traduzione del testo è molto chiara: “Nel nome di Allah, il più benevolo, il misericordioso. La comunità bengalese invita tutti a votare per Marghera–Venezia. Sono stati nominati due candidati dalla comunità bengalese per il partito Pd. Sul simbolo del Pd, metti una croce e scrivi i nomi dei candidati accanto”. Istruzioni per l’uso per chi, evidentemente, non conosce l’italiano seppur nel nostro Paese da tempo: almeno dieci anni, per avere diritto di voto. E menomale che a sentire loro e la sinistra l’integrazione, a Venezia, rasenta la perfezione. La stessa Sumaya Begum, come raccontato dal Gazzettino, ha pure deciso di far campagna elettorale puntando il dito contro i manifesti ideati e pagati dalla Lega e visibili sulle fiancate dei mezzi pubblici in giro per la città. “No moschea, vota Lega”, recita l’inserzione del Carroccio.

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Lesa maestà. «Un vergognoso spot in contrasto con la nostra Costituzione. Esprimo sconcerto per aver permesso che mezzi pubblici finanziati anche da me siano veicolo di odio razziale e culturale», ha scritto la candidata piddina in una lettera invita all’azienda dei trasporti. E ancora: «Dei vostri mezzi usufruiscono quotidianamente passeggeri di religione islamica, che in un Paese democratico e inclusivo meriterebbero di salire a bordo di un veicolo che non rechi un’implicita offesa alla loro religione». Netta la replica, per voce del vicesindaco Sergio Vallotto: «Chi si candida ad amministrare la nostra città dovrebbe in primo luogo rispettare il diritto di parola e di libera espressione». I candidati più forti della comunità sono quelli che corrono per il Consiglio comunale della di Venezia. Miah Rhitu è una sorta di influencer con quasi 400mila seguaci su instagram, dove sponsorizza corsi di italiano e a differenza delle altre due donne presenti nelle liste dem non porta il velo; Sayed Kamrul è invece il portavoce cittadino della comunità bengalese. Un ticket uomo-donna su cui il Pd fa assoluto affidamento per provare a strappare la Laguna al centrodestra. Nel proprio manifesto elettorale, almeno questo in italiano, i due propongono “quartieri curati” e “più controlli” e - udite udite “più opportunità, più sicurezza, più sostegno” per le donne. «Inizino a guardare in casa loro», ovvero dentro l’islam, è il commento più ricorrente tra i veneziani. Il centrodestra è sulle barricate. «A Venezia il Pd ha fatto una scelta di campo ben precisa: calpestare identità, tradizioni e radici cristiane per incassare i voti di chi non sopporta i valori dell’Occidente. Per il Pd, ormai, essere italiani e cattolici rappresenta un disvalore per essere candidati nelle proprie liste», commenta il vicesegretario della Lega, Silvia Sardone. «Nulla contro l’integrazione, ma questa lista, per come si presenta, sembra il riconoscimento di fatto di una separatezza, messa in piedi da una comunità che cerca di rappresentare se stessa e non la città di Venezia», sottolinea il senatore veneziano di Fratelli d’Italia, Roberto Speranzon.

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