«Qui il gioco è passarsi il fiammifero per vedere chi si brucia. Ma al momento il fiammifero è spento e quindi nessuno si può bruciare». Nel senso che non ha sbagliato la Procura di Milano, non ha sbagliato il Guardasigilli e tantomeno ha sbagliato il Quirinale? «Nel senso che questo scandalo della grazia a Nicole Minetti è partito da ricostruzioni giornalistiche che al momento non trovano alcun riscontro probatorio. Potrebbe benissimo non essere uno scandalo». Ricostruzioni giornalistiche che puntano a mettere in difficoltà il ministro Carlo Nordio, e quindi il governo? «Qui tutti vogliono sputtanare tutti e nessuno si prende la briga di leggere le carte».
Mirko Mazzali è avvocato e politico. Era capogruppo in consiglio comunale a Milano per Sinistra e Libertà e presidente della commissione Sicurezza quando il sindaco era Giuliano Pisapia. Per dirla con lui, è uno che «non ha in nessuna simpatia la Minetti». Ma non per questo vuole condannarla sulla base di illazioni. «Gli avvocati che hanno attaccato i colleghi che hanno firmato l’atto di grazia, sostenendo contenga falsità, possono autodenunciarsi al consiglio di disciplina», afferma.
Il Quirinale ha chiesto al ministero della Giustizia un supplemento di indagine per verificare se davvero “Minetti ha cambiato vita”, come ha scritto la Procura, dando parere favorevole alla grazia...
«E questo può anche starci. Quello che mi spinge a parlare è che non posso accettare l’arretramento del livello di garanzia per i cittadini. Un tempo, per emettere sentenze, la politica e l’opinione pubblica attendevano che la persona fosse, non dico condannata dalla magistratura, ma quantomeno indagata. Minetti invece non è indagata, né in Italia né in Uruguay, né per sfruttamento della prostituzione, come qualche giornale insinua faccia in Sud America, né per aver falsificato le carte sull’adozione».
Atteniamoci ai fatti allora, avvocato...
«Si è detto che Minetti avrebbe fatto causa ai genitori del bambino per ottenerne l’adozione, insinuando che di fatto glielo avrebbe sottratto con la forza. Si è tirata in ballo la morte dell’avvocato della madre, precedente alla richiesta di grazia, paventando chissà quale scenario. Si è detto che avrebbe mentito sulle cure al piccolo in Italia per far operare quello che sarebbe diventato suo figlio. Si è detto che l’adozione sarebbe irregolare...».
Niente di tutto questo è vero?
«Ho letto la richiesta di grazia: non c’è stata nessuna contesa sull’affidamento. I genitori non si sono presentati all’udienza per l’adozione e il tribunale di Venezia ha ratificato il provvedimento dell’Uruguay. Nelle richiesta poi si parla di consulti medici chiesti in Italia, e confermati dagli specialisti, e non di ricoveri. Quanto alla morte dell’avvocato della madre, cosa si vuole insinuare? Non c’è neppure un processo in Sud America».
Le inchieste giornalistiche paventano che Minetti organizzi Bunga Bunga in Uruguay...
«Fosse vero, la situazione cambierebbe. Ma prima di accusarla di questo ci vorrebbe un documento che lo attestasse. Quantomeno una foto, un racconto, una testimonianza. Invece nulla. Anzi, i giornali hanno ribattezzato “Gin Tonic” la tenuta che Minetti e Giuseppe Cipriani hanno in Sud America, per dare l’idea di un ambiente particolare. Invece si chiama La Barra, per la cronaca».
Poco rispetto verso i protagonisti, istituzioni incluse?
«Su Minetti pare ci sia uno stigma politico. Siccome ha sbagliato, non c’è possibilità di redenzione. E ha pure pagato al ragazzo un intervento a Boston che sarà costato più di centomila dollari».
Nessun rispetto anche perla privacy del bambino...
«Questa è la cosa più grave. Era necessario ipotizzare che suo padre sia in carcere, che fossero rese pubbliche le sue condizioni di salute? Lui la chiama mamma. La giustizia uruguaiana ha concesso l’adozione perché ha riconosciuto che fosse nell’interesse del piccolo. Ma qui facciamo i processi al passato. Tutto è pretesto per la battaglia politica».
Si è perfino insinuato in tv che Nordio sia andato in Uruguay per incontrare Minetti...
«Sì, senza nessuna prova. A volte certa stampa, anziché essere cane da guardia del potere pare comportarsi come lo strumento di chissà quali poteri».