Si è spenta la Lanterna e chi l’ha spenta sei tu, Silvia Salis, amica chips, nomignolo che sui social, dove la sindaca del capoluogo ligure è una star assoluta, viene appioppato a quelle figure tutte sorrisi ed energia, ma dagli inequivocabili tratti superficiali e opportunisti. Genova per lei è un trampolino di lancio, ma salta che ti risalta, in attesa del volo qualcosa comincia a scricchiolare. La signora ritiene sessista definirla donna da copertina, e noi non lo facciamo perché sarebbe più che altro banale. È un fatto però che per i suoi concittadini sia più facile trovarla sorridere sui settimanali o in televisione che tra le sudate carte a Palazzo Doria Tursi, dove ha l’ufficio. Il predecessore, Marco Bucci, era li dalle sette del mattino. Oggi siamo su altri fusi orari.
La Lanterna l’ha spenta, Salis, per due ragioni. La prima è perché dev’essere lei la sola luce a brillare nel cielo, da Bogliasco a Nervi. Lo si è visto anche tre settimane fa, quando ha chiamato la dj Charlotte de Witte per un concertone di musica techno in piazza. Cachet: 140mila euro per avere ottomila giovani felici e danzanti, ma soprattutto per avere le immagini di lei sul palco che balla e si prende la scena al posto dell’ospite, da rilanciare puntualmente sui social.
La seconda ragione è perché i grandi progetti che la precedente amministrazione aveva per lanciare la città tra le capitali d’Europa sono spariti, sostituiti da una politica di sussistenza sociale spicciola, negli orizzonti e negli investimenti. Addio allo Skymetro che univa la val Bisagno al centro, e ai trecento milioni già stanziati che sarebbero arrivati dal governo, oltre ai quattrocento già spesi e quindi persi. Ciao ciao anche al progetto di funivia che doveva collegare il Porto Antico alle prime alture. Quanto al tunnel che avrebbe dovuto rimpiazzare quella sorta di autostrada sopraelevata che divide Genova dal mare, rendendola un viale pedonale, non se ne parla più.
E’ passato un anno dall’incoronazione della nuova regina, ma a parte la cura scientifica della propria immagine, che infatti è in ascesa, più fuori città che dentro però, di concreto non si vede niente. I sudditi quindi mugugnano. Gli studiosi della politica cittadina sostengono che la sinistra, da Avs a M5S, fino anche al Pd, dovrebbe sfiduciarla. Scaricarla prima di essere scaricati, visto che è forte la sensazione che, più presto che tardi, la sindaca con il trolley ritorni a Roma. Carlo Calenda, che è salito recentemente nel capoluogo ligure, è solo l’ultimo dei leader del centro in cerca d’autore, che l’ha omaggiata offrendole i suoi (pochi) voti per un’ipotetica leadership moderata. E questo malgrado le indiscutibili origini renziane di Silvia, le quali però parrebbero suscitare molto interesse in alcune frange del centro del centrodestra, i cui emissari si vedono talvolta volteggiare in fronte al Mar Ligure.
Illazioni certo, ma possono essere solo vanità le copertine su Vanity, le foto da diva griffate, le ospitate da Fabio Fazio, con il quale condivide conoscenze importanti tra i professionisti della comunicazione? La strategia della sindaca con i mass media è perfetta. Concede interviste solo concordate e per il resto parla attraverso spot autopromozionali sulla rete. Il tema lo decide lei, nessuna domanda: ogni realtà viene raccontata e ogni soluzione viene trovata ed esposta in sessanta secondi, per non approfondire e perché forse Salis non riesce a mandare a memoria un discorso più lungo. Recettiva, ottima interprete ma non in grado di dibattere sui temi: così la descrivono coloro che la preparano. Sarebbe però ingeneroso lasciare l’impressione che la sindaca in città abbia fatto poco o nulla.
A una pratica si è dedicata con fervore: le nomine. E non ci riferiamo alla ex compagna di classe in predicato di diventare direttore del Museo del Mare e delle Migrazioni; cose che possono capitare, coincidenze. E neppure al suo ex preparatore atletico premiato con un incarico per lo sport cittadino; questioni di cuore, nel senso di affetto, chi non ha qualche rapporto speciale? Sono più duri a digerirsi i ricicli in incarichi ben pagati del sottobosco politico che ha portato Silvia all’elezione, candidati non premiati dal voto ma da premiare in qualche modo compresi. Rispondono a queste logica l’istituzione in Comune dell’ufficio Lgbtq+, con relativa poltrona da 156mila euro in tre anni, le scelte fatte per i ruoli di rappresentanza di Palazzo Ducale, o per la Fondazione Urban e l’Azienda dei Trasporti. Se vuoi fare strada a sinistra, amichettismo e nomine sono la bussola da seguire. Silvia lo sa e ci tiene a farlo sapere.