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La manovra fallita contro Colle e governo

di Mario Sechi venerdì 8 maggio 2026

2' di lettura

Il caso Minetti è sempre più interessante: partito a razzo come uno scandalo che puntava a screditare Palazzo Chigi e il Quirinale, ora striscia nel sottobosco dei media, in attesa di essere sepolto. Le smentite si accumulano, le prove di quanto scritto dal Fatto Quotidiano e da altri non ci sono, chi ha fatto da megafono ora schiva l’argomento e passa ad altro, intrepidi reporter (Sigfrido Ranucci) si sono dovuti «cospargere il capo di cenere» (ma senza farsi lo shampoo) dopo aver dato notizie non verificate, dunque non -notizie che non dovevano essere divulgate, addirittura false, come nel caso di un incontro in Uruguay tra il ministro della Giustizia Carlo Nordio e il marito della Minetti, Giuseppe Cipriani.

Per ora, ha precisato ieri la Procura generale di Milano, dalle indagini dell’Interpol non sono emersi ostacoli alla concessione della grazia. Attendiamo sulla riva del fiume il completamento delle indagini, aperti come sempre al dubbio e soprattutto alla prova dei fatti, ma se tutto è falso, sul tavolo restano almeno due punti da chiarire: 1. Chi ha fornito le informazioni per costruire un racconto che non sta in piedi alla prima verifica dei documenti, dei fatti, delle testimonianze? Qual era lo scopo di questa operazione?

2. Perché nel sistema dei media italiani, tranne qualche eccezione, è prevalso il colpevolismo e ora, nell’imbarazzo, i predicatori del giornalismo con la «schiena dritta» fanno finta di niente? «Todos caballeros» e finisce qui?

I bersagli sono noti: Sergio Mattarella, Giorgia Meloni, Carlo Nordio. Centrare con un solo colpo il Quirinale, Palazzo Chigi e il Guardasigilli è un’operazione che richiede alta precisione, elemento che qui finora è mancato completamente. In questo mestiere, tutti siamo esposti ogni giorno al potenziale errore, ma il caso Minetti dà l’idea che ci sia qualcosa e qualcuno che sta all’esterno del territorio dei giornali e lavora per destabilizzare le istituzioni.Siamo entrati in un anno elettorale, mi aspetto altri «boatos».

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