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Bombardieri boccia il Pd: "Basta propaganda sul lavoro"

di Pietro De Leo venerdì 15 maggio 2026

3' di lettura

Attenzione, perché nell’ambito della politica sindacale si sta verificando un racconto di discontinuità rispetto a quel che è stato negli ultimi anni. E cioè uno sganciamento della Uil dalla Cgil. Quello dell’abbraccio Landini-Bombardieri aveva segnato il racconto contestuale alla nascita del governo di centrodestra nel 2022, alle manifestazioni di piazza. Tanto che veniva da chiedersi quale destino fosse capitato alla tradizione riformista della Uil, alla mercè del campionario demagogico della sigla di Corso d’Italia e dei toni di Landini. Ora, però, qualcosa sembra essere cambiato, e il momento di discontinuità è stato determinato dall’ultimo decreto 1 maggio, che introduce il meccanismo del “salario giusto” e rende rilevante la contrattazione collettiva.

A margine del congresso Uiltrasporti Bombardieri ha affermato che il provvedimento è il segnale di un «cambio di atteggiamento, una scelta politica importante». E aggiunge: «Ne prendo atto e la rivendico come una nostra richiesta e come un risultato importante raggiunto, poi è chiaro che i contratti pirata non spariscono da domani, ma le rivoluzioni non si sono mai fatte in un giorno». Secondo il numero uno della Uil, infatti, significativo è il principio secondo cui «il salario dignitoso corrisponde a quello dei contratti dei sindacati comparativamente più rappresentativi». E ancora: «Ho cercato di spiegare, anche a esponenti del Pd, di smetterla di fare propaganda di su questi temi. Quale governo di sinistra ha mai riconosciuto che i contratti che pagano di più sono quelli di Cgil, Cisl e Uil?». Una presa d’atto molto importante, una bacchettata ai dem che cambia ancora lo spartito del dibattito sui posizionamenti sindacali. Quella di Bombardieri è una presa di posizione ancor più rilevante, se si considera il ruolo quasi di monopolio nella Proposta politica. Andando indietro di un paio di settimana, già le reazioni al decreto lavoro portano a galla un dettaglio significativo della nuova geografia sindacale: il progressivo isolamento della Cgil. Mentre il provvedimento cerca di dare risposte concrete alla questione delle retribuzioni e di contrastare il cosiddetto “dumping contrattuale” — quella distorsione provocata da accordi siglati da organizzazioni poco rappresentative — la sigla di Corso Italia ha scelto la linea del muro contro muro. Daniela Fumarola, alla guida della Cisl, aveva infatti sottolineato come sia «un ottimo risultato quello di aver fissato un principio», riferendosi appunto all’adozione del trattamento economico complessivo dei contratti più rappresentativi come parametro per i benefici alle nuove assunzioni.
Sulla stessa lunghezza d’onda si era già sintonizzato lo stesso Bombardieri, segnando un’apertura di non poco conto: «Siamo molto soddisfatti, perché per la prima volta c’è un intervento legislativo che identifica il salario giusto e dignitoso con i contratti di Cgil, Cisl e Uil. È un cambio di passo importante e una nostra battaglia che va nel senso giusto».

Chi invece si era sottratto immediatamente a qualsiasi forma di dialogo costruttivo è Maurizio Landini. Il leader della Cgil ha liquidato il provvedimento con durezza: «Il giorno della festa dei lavoratori tutti i soldi del decreto sono per le imprese. Per i lavoratori non c’è un euro, forse bisognerebbe segnalarlo». Landini aveva ribadito il suo scetticismo verso le politiche di incentivazione: «Continuo a trovare singolare — e l’esperienza dovrebbe insegnare — che dare incentivi alle imprese non stia determinando un incremento delle assunzioni, perché un’impresa per assumere ha bisogno di lavorare». Eppure, questa lettura sembra scontrarsi con la realtà dei numeri. Le statistiche Istat relative al 2025 fotografano uno scenario differente, caratterizzato da un aumento dell’occupazione, una crescita dei contratti a tempo indeterminato e una progressiva stabilizzazione dei lavoratori precari. Nelle tesi di Landini traspare una visione ideologica radicata nel secolo scorso, dominata dall’idea di una contrapposizione insanabile tra capitale e lavoro; la stessa filosofia che aveva sostenuto la campagna referendaria dell’anno scorso. Una posizione legittima, certo, ma forse anacronistica: per governare le profonde mutazioni del mondo del lavoro attuale, la via del patto e della collaborazione appare più efficace della contrapposizione purché sia.

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