Il crollo del M5S alle elezioni comunali non è solo un problema dei Cinquestelle. Ora che sono disponibili i flussi elettorali, le preoccupazioni, nel Pd, aumentano. Il dato più clamoroso, senza dubbio, è quello fotografato da uno studio di Youtrend, secondo cui la metà degli elettori che alle elezioni europee aveva votato il M5S, domenica e lunedì ha votato Simone Venturini, il candidato del centrodestra nel capoluogo veneto.
Un dato che fa il paio con un altro: quasi il 40% di chi, a Venezia, al referendum sulla giustizia aveva votato No, ha votato il candidato del centrodestra. E non è accaduto solo in Laguna. Dalle elaborazioni Youtrend emerge che il centrodestra ha conquistato al primo turno ben 16 Comuni sui 91 nei quali appena due mesi fa aveva prevalso il No al referendum. Al contrario, c’è un solo Comune sui 27 in cui aveva vinto il Sì che al primo turno è andato al centrosinistra: Segrate, nel milanese. «Il dato evidenzia come il centrodestra sia riuscito a conquistare una quota significativa delle città andate al No, e di conseguenza il No non si sia tradotto automaticamente in un sostegno ai candidati di centrosinistra alle Amministrative», si spiega.
VARIABILE “DIBBA”
Ma quello che più tormenta il Pd è il voto dei Cinquestelle. Il crollo dell’alleato un po’ dappertutto non è una sorpresa: il Movimento ha sempre fatto fatica nelle elezioni amministrative. Si conferma una forbice molto ampia tra il voto alle Politiche o persino alle Europee e quello sui territori. Il punto è che ripercussioni ci saranno innanzitutto. La paura, tra i dem, è quella di un «rigurgito identitario», che ci sia la tentazione di tornare a essere il Movimento duro, puro e anti-casta degli inizi. Subito dopo il voto, Giuseppe Conte ha cominciato a ribattere sul tema sicurezza.
Un segnale che non è passato inosservato al Nazareno. E che potrebbe allargarsi ad altri temi, anche internazionali, che minerebbero la coesione della coalizione. E questo potrebbe accadere, si dice, tanto più se Alessandro Di Battista, fuori dal M5S ma sempre in tv, fa una sorta di Rifondazione 5Stelle. «Se, in stile Vannacci, nasce a fianco del M5S un partito che prova a tornare alle origini e rimprovera a Conte e agli altri di aver tradito lo spirito iniziale, saranno guai per tutti», dice un riformista dem. Ieri, poi, in tanti hanno osservato con un certo fastidio le reazioni del Movimento e dei mondi mediatici simpatizzanti rispetto ai risultati oggettivamente modesti ottenuti nelle Comunali. «Anziché fare autocritica», dice un dem, «hanno provato ad attaccare noi.
Stanno provando a nascondere il fallimento del M5S nei Comuni, dicendo che il problema è che il Pd candida personale politico vecchio. E quindi bisogna tornare al civismo, alla novità. Dimenticando, peraltro, le vittorie di Crisafulli odi De Luca. Con Casalino che, dopo aver preso 200 voti nella sua città, viene a dare lezioni a noi». Insomma, il clima è teso e reso nervoso dalle prime reazioni M5S. Anche perché il sospetto è che l’obiettivo del M5S sia sempre lo stesso: indebolire il Pd, costringerlo a presentare candidati terzi, personalità civiche. C’è poi chi, tra i dem, si spinge a considerazioni ancora più tranchant: «A Venezia hanno votato il centrodestra? Non mi stupisco. La verità è che è un movimento di destra, noi non stiamo facendo una coalizione, stiamo facendo delle larghe intese».
IL RIMEDIO TECNICO
Ma c’è un altro effetto che la vicenda di Venezia fa emergere. E di cui, in queste ore, si parla nel Pd. Se è vero che l’elettorato del M5S è volatile, non sente ancora l’appartenenza al centrosinistra, sceglie sull’asse vecchio/nuovo, rischia di diventare un passaggio obbligatorio la scelta di fare primarie di coalizione. È sempre uno studio di Youtrend a spiegare che il 51% degli elettori del M5S non ha fiducia nei confronti di Elly Schlein, mentre solo il 29% degli elettori dem non è convinto da Conte. Conte ha molti più fan nel Pd, di quanto non ne abbia Schlein tra i Cinquestelle. Per “fidelizzare” gli elettori pentastellati bisognerebbe, quindi, fare le primarie. Diversamente, non è detto che seguirebbero le indicazioni del M5S. E se il Pd insistesse a rifiutare le primarie, Conte potrebbe pretendere la scelta di un candidato “terzo” proprio basandosi su quanto si è visto a Venezia.