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Parlare di fascismo è il business principale della sinistra italiana

La trasmissione tv di Cazzullo su La7 e l'eterna tentazione delle 50 sfumature di nero
venerdì 29 maggio 2026

3' di lettura

La bestia feroce dal bau bau orrorifico si è rivelata un cucciolotto scodinzolante che ti fa le feste invece di farti la festa, e ti lecca la mano riempiendotela pure di soldi. Niente da dire, a sinistra sono geni del marketing, e siccome la pubblicità è l’anima del commercio da un buon decennio ha lanciato una campagna a tappeto sul fascismo. E poiché uno sembrava poco e dai tempi del biscotto al gelato “du gust is megl che uan!”, meglio ancora se diventano tre, quattro, fino a cinquanta sfumature. Di nero.

Parlare in continuazione di fascismi consente variazioni infinite sul tema. Una spruzzatina sta bene su tutto, perché fa sollevare lo share dei talk show tv, fa lievitare il pubblico dei documentari, fa innalzare le vendite in libreria anche in tempi in cui ci sono più libri che lettori. È il viagra della politica che fa impallidire Bossi buonanima col suo celodurismo rustico da provincia da profondo nord, che i salotti radical chic hanno ingentilito senza ombre di maschilismo e patriarcato sessista dopo averne distillato la formula alchemica nelle segreterie di partito e con i volenterosi artefici del giornalismo militante. Dove metti il fascio, soprattutto quello di quando c’era Lui e sui binari sferragliavano veloci le Littorine creando il mito dei treni in orario, c’è riscontro, c’è attenzione e c’è ritorno d’immagine. E quindi di soldi che, Vespasiano insegnava, non hanno odore e non si contaminano col Puzzone defenestrato il 25 luglio 1943 e appeso a testa in giù a piazzale Loreto a fine aprile 1945, lanciando a sua insaputa la moda in cartellone e col pupazzo ripresa nel presente da antagonisti, radicali, arrabbiati sociali ed estremismi insindacabili. Altri “ismi”, ma questi sono democratici, lo dicono loro stessi e quelle parole sono il verbo rivelato.

Il fascismo tira sempre, sul piccolo schermo e nei salotti che contano e che cantano lo stesso disco. Il fascismo storico reincarnato nell’invenzione parastorica attualizzata che funziona riciclando il vecchio come nuovo. Aldo Cazzullo su La7, nella cornice di Una giornata particolare che diventa un periodo speciale da racconto lungo, ha messo dentro Faccetta nera e l’impresa d’Etiopia del 1935 che Mussolini volle per vendicare il disastro di Adua, portando a casa Cairo e nella sua un ricco bottino in termini di telespettatori che manco gli ispettori coloniali si sognavano. Da Affari vostri su Rai1, ad Affari loro a La7.
D’altronde Antonio Scurati ci ha costruito una carriera, passando per storico rigoroso del Ventennio nonostante le numerose licenze poetiche e ideologiche, idolatrato dagli inventori postumi del fascismo e dai ricreatori del pericolo nero che si manifesterebbe ogni tre per due, e c’è anche e soprattutto quando non si vede. Orbace, fez, camicie nere, manganello e olio di ricino vengono messi a regime: economico, si intende, perché porta soldi e non certamente lirette di Quota 90. Se il fascismo è un affare, i fascismi sono un moltiplicatore di affari.

Totò, a bocce calde (la guerra era finita da poco e molte ferite erano ancora aperte), scherzava sul fascismo, irrideva certe maschere, celiava con vizi e tic. Molti personaggi del regime erano ancora in vita, non risulta che il principe della risata fosse mai stato querelato, il pubblico al cinema si faceva grasse risate apolitiche e altrettanto hanno fatto le generazioni a seguire davanti alla tv. Oggi quel repertorio innocuo ma intelligente non sarebbe neanche lontanamente proponibile, e scatterebbe anche qualche interrogazione sul ritratto di Stalin in camera come santo laico del letto a tre piazze. Ma Totò, già allora, aveva capito tutto: «E poi dice che uno si butta a sinistra...».

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