"Per 6 volte avete votato contro la fiducia a questo governo, insieme a Schlein, Conte e Renzi. Votare contro la fiducia significa votare per mandare a casa il governo. E fare quello che serve alla sinistra non è mai difendere l'interesse nazionale": con queste parole ieri in aula Giorgia Meloni si è rivolta ai deputati di Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, accusandoli di fatto di fare da "stampella" alle opposizioni. Il rischio, già sperimentato in passato, è che il centrodestra si sfasci a causa dell’aspirante leader con ambizioni fuori misura, lo scissionista che alla fine danneggia la parte politica cui dice di appartenere in favore della sinistra.
I "precedenti" non mancano. Basti pensare, come ricorda il Tempo, alla figura di Gianfranco Fini, leader di Alleanza Nazionale, cofondatore del Pdl nonché presidente della Camera. Colui che era considerato come naturale successore di Silvio Berlusconi. Le cose poi andarono diversamente per vari motivi, tra cui le polemiche giornalistiche dall’area berlusconiana e le disavventure giudiziarie del Cav. Fini, dunque, passò dal dissenso politico allo sfascio, avviando il processo di dissoluzione di una maggioranza di centrodestra.
Simile il caso di Angelino Alfano, scelto da Berlusconi come segretario del partito fino a ricoprire incarichi ministeriali di peso. Peccato che all'epoca quello che doveva essere un governo di coabitazione dopo il pareggio elettorale si trasformò poi in un esecutivo dominato dal Pd. Di lì la scissione alfaniana, con diversi ministri al seguito che si ricollocarono in vario modo.