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Vannacci è il frutto della sinistra: ecco come hanno creato il generale

di Nicolò Zanon martedì 23 giugno 2026

3' di lettura

Da cosa dipende il consenso che i sondaggi attribuiscono a Vannacci? Nell’immaginario di certi commentatori, dall’arretratezza di una certa società italiana: reazionaria, misogina, razzista, per non usare l’abusato aggettivo “fascista”.

Temo che la realtà sia molto diversa. Per quanto paradossale possa sembrare, l’apparente successo del generale è frutto di una reazione contro scelte e atteggiamenti di una parte della sinistra nostrana, che ha importato (in ritardo) dal mondo anglosassone (statunitense, in particolare) le mode dell’ideologia woke e cerca di scimmiottarne le più nefaste fisime: l’intolleranza per le idee altrui, il fanatismo antioccidentale, l’odio per le nostre tradizioni e la nostra storia, la cancel culture. Quelle mode e quegli ideologismi, cui alcuni ambienti intellettuali e della comunicazione hanno acriticamente aderito, diffondendone il messaggio, provocano da noi una reazione di rigetto – elementare, semplificatrice e talvolta brutale – contro quello che Vannacci ha efficacemente definito “il mondo al contrario”.

Per fare un esempio: il cosiddetto “patentino antifascista”, utilizzato in varie forme ed occasioni (lo si chiede agli editori che vogliano partecipare a una fiera del libro, oppure all’associazione che intende ottenere una sala per convegni, e, nelle versioni più assurde, persino a chi fa domanda per un passo carrabile...), è una tipica manifestazione del livello d’intolleranza cui è giunta, anche da noi, una certa sinistra ormai apertamente illiberale. Ed è, ovviamente, manna dal cielo per la propaganda vannacciana, che ha buon gioco a lamentarsi di simili sciocchezze. Fatte le debite proporzioni, è un fenomeno reattivo che si è verificato, molto più in grande, negli Stati Uniti, spiegando (almeno in parte) il successo di Trump. Rispetto a quel che succede da noi, beninteso, il fenomeno woke ha avuto in Usa radici estese e profonde.

Trova origine nella cosiddetta Critical Race Theory, sviluppatasi a partire dagli anni ’60 come critica radicale alle istituzioni. Essa sostiene che il razzismo endemico nella società americana non sia solo frutto di pregiudizi individuali, ma un elemento costitutivo delle stesse strutture politiche e giuridiche. Così, questa teoria ha posto in discussione i fondamenti dell’ordinamento liberale, il razionalismo illuminista, gli stessi principi del costituzionalismo moderno-contemporaneo. È proprio questa teoria ad aver offerto legittimazione a woke culture e cancel culture, che mirano a trasformazioni radicali della società, anche attraverso la rimozione della storia e dei suoi segni visibili, ritenuti simboli di ingiustizia e discriminazione (come non ricordare i tentativi di abbattere, tra le altre, la statua di Colombo a Manhattan?). Nel mondo della cultura, questa ideologia ha trasformato i campus delle più prestigiose università, che dovrebbero essere il regno dell’analisi critica, in un ambiente oppresso da conformismo e intolleranza, dove chi dissente non ha diritto di parola; nel mondo del business, con la scusa di combattere atteggiamenti sessisti, ha imposto mode e dogmi tipici dell’ideologia gender. Nel costume sociale diffuso, ha sparso disprezzo per istituzioni tradizionali come la famiglia o la differenza tra uomo e donna.

Negli Usa, la reazione è stata fortissima, spiegando almeno in parte, come si diceva, il successo di Trump. Il quale, quando ancora non dava evidenti segni di squilibrio come sta accadendo ora, parlava della necessità di far prevalere, rispetto a simili ideologie, il buon senso o il senso comune. Da noi, ovviamente, tutto ha dimensioni più contenute e, all’evidenza, Vannacci non è Trump. La società italiana, del resto, ha anticorpi culturali più profondi di quella americana, non foss’altro per la sua storia e le sue radici, sicché azione e reazione avranno di certo un impatto più limitato, non paragonabile a ciò che è accaduto in Usa.

Ma non è secondario che anche da noi alcuni fenomeni di intolleranza siano ormai costanti e ritenuti normali: ad esempio, provatevi a organizzare in qualche Università un convegno culturalmente lontano dai dogmi progressisti, sulla famiglia, sull’aborto o su qualunque altro argomento ... Anche da noi, si ritiene quasi normale che i custodi dell’ortodossia progressista impediscano di esprimersi o di manifestare a chi ha idee diverse.

Sarebbe quindi il caso che la parte più intelligente della sinistra avviasse una seria riflessione sulla sua deriva illiberale. Nonostante alcuni appelli in questo senso, ciò non è mai accaduto. Ed anzi, dopo aver ascoltato per anni propaganda sulla Costituzione più bella del mondo, ci tocca vedere un mondo intellettuale dominante che dimentica come proprio quella Costituzione neghi diritto di cittadinanza ai censori del libero pensiero.

Proprio questi censori in servizio permanente effettivo portano linfa alla propaganda del generale. Al netto di qualche velenoso calcolo elettorale, dovrebbero comprendere che è una strategia miope e anche un po’ pericolosa.

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