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Giuseppe Conte va in tv a difendere le mascherine cinesi. Ma per la Finanza erano non a norma e pericolose

di Simone Di Meo sabato 4 luglio 2026

4' di lettura

La difesa tragicomica di Giuseppe Conte, da Nicola Porro a Quarta Repubblica, ha toccato il sublime quando l’ex premier ha cercato di insinuare il dubbio che le mascherine cinesi, finite sotto inchiesta in due diversi procedimenti, non fossero in realtà così scarse.

«E chi lo dice che erano taroccate?» si è domandato con l’aria di chi la sa lunga. Glielo spieghiamo noi: lo dice, in una informativa di 1.393 pagine, il Nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di finanza di Roma.

CONSULENZE E SEQUESTRI

Quelle carte raccontano una storia molto diversa da quella sussurrata in televisione dal leader grillino. Dentro non ci sono supposizioni, ma consulenze tecniche, prove di laboratorio, sequestri di documenti, corrispondenza istituzionale e verifiche compiute dalle Procure di Roma e di Gorizia. Risultato finale: una parte delle forniture acquistate durante la pandemia dal Commissario straordinario, Domenico Arcuri, era irregolare e, in diversi casi, inadatta allo scopo.

Per alcuni stock l’informativa riporta l’esito delle analisi ordinate dai pm: «Tali oggetti... utilizzati come dispositivi di protezione individuale sono pericolosi per la salute pubblica», si legge. Per altri lotti il giudizio è ancora più netto: «Attenzione, dispositivo molto pericoloso».

I consorzi finiti nel mirino sono tre, com’è noto, Lukai Trade, Wenzhou Light e Wenzhou Moon Ray. Sono loro a mettere la merce a disposizione del commissario Arcuri, grazie alla mediazione di Mario Benotti e altri broker. Ma dietro quei tre nomi ci sono ben 36 aziende produttrici sparse in Cina, che non si sa bene cosa facciano e come lavorino. Gli investigatori spiegano di avere controllato sia la qualità dei “dispositivi di protezione individuale” sia i certificati che li hanno accompagnati: su 36 produttori, ben 12 hanno fornito «merce... risultata irregolare». Significa uno su tre. D’altronde, le prove di laboratorio non lasciano molto spazio alle interpretazioni.

«All’esito della prova di penetrazione con olio di paraffina - si legge nel dossier - le mascherine sono risultate non conformi». Oppure: «Dopo il condizionamento termico, la maschera presenta un significativo peggioramento», risultando «insufficiente alla protezione dal Covid-19». Eppure quei prodotti avevano già attraversato tutta la filiera degli acquisti e della macchina burocratica italiana.
Com’è possibile?

Le sorprese continuano aprendo i fascicoli che accompagnavano le forniture. In diversi casi sono gli stessi certificati a raccontare la vera natura delle mascherine. Alcuni riportano la dicitura “no medical use”, altri “no medical protective mask”. In altri ancora compare la frase “this product is a non medical device”. Tradotto: dispositivi non destinati all’impiego sanitario, eppure spediti ugualmente negli ospedali. Ma le anomalie non si esauriscono dentro gli scatoloni: entrano anche negli uffici.

La Guardia di Finanza ricostruisce il percorso delle validazioni e fotografa una macchina amministrativa allo sbando. Gli stessi stock vengono esaminati dall’Inail di Monte Porzio Catone e dalla Direzione centrale ricerca, con valutazioni spesso discordanti. Negli uffici della Protezione Civile vengono trovate dichiarazioni di conformità «prive di data e firma». Presso la struttura commissariale saltano fuori gli stessi documenti, questa volta con data e sottoscrizione. Quali sono quelli corretti? Poi spuntano i cosiddetti “certificate of compliance”. Sono rilasciati dalla Ecm Srl, “Ente certificazione macchine” con sede nel Bolognese.

I finanzieri ricordano che la società svolge «servizi di controllo qualità e certificazione di prodotti». Occhio però, avverte il Comitato tecnico scientifico, perché quel «certificate of compliance» non è «valutabile», visto che «l’ente non è organismo notificato per rilasciare conformità su dispositivi di protezione individuale». E il motivo è semplice: l’informativa spiega che la Ecm è una «società... legittimata ad emettere solo una dichiarazione di conformità a richiedere la marcatura CE, e non la certificazione stessa...».

La sequenza delle anomalie continua pagina dopo pagina. Ci sono stock inizialmente respinti per «mancanza di adeguata documentazione» e miracolosamente validati solo un’ora dopo. Ci sono “certificate of approval” che non corrispondono ai numeri di lotto riportati nelle prove di laboratorio. Ci sono fascicoli nei quali mancano le prove di biocompatibilità e i «documenti tecnici relativi alla valutazione biologica» dei «materiali utilizzati per la produzione». Compare perfino un laboratorio fantasma di Hong Kong, “Apolo Testing Technology Limited”: gli investigatori provano a ricostruirne il profilo, ma scrivono che «sembrerebbe inesistente o comunque non appartenente ai laboratori normalmente utilizzati». Basta per convincere Conte? Perché altrimenti può andare a rileggersi quel che scrisse, tra maggio e giugno 2020, la Protezione Civile del Friuli Venezia Giulia alla struttura commissariale, manifestando «perplessità circa... l’uso sanitario delle mascherine» provenienti da Lukai Trade e Wenzhou Light.

ELENCO DI CRITICITÀ

Interessante è pure la Pec che l’8 agosto 2020 il governatore della Liguria dell’epoca, Giovanni Toti, invia ad Arcuri con l’elenco delle criticità delle mascherine appena consegnategli. La prima riguarda le certificazioni che potrebbero essere state contraffatte, mentre – spiega Toti - la «quasi totalità dei prodotti pervenuti non presentavano quanto previsto dalle norme nazionali europee, né le informazioni nella lingua nazionale d’uso». Il presidente della Regione è tranchant: «Atteso che ovviamente il materiale che non ha superato il test base non può essere utilizzato, si richiede come lo stesso possa essere smaltito e sostituito per far fronte al relativo fabbisogno». Mascherine comprate e cestinate. Miliardi letteralmente bruciati.

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