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Provocare Trump e Ue è una scelta sbagliata

Un coro unanime di lodi a Leone per la decisione di andare il 4 luglio, festa dell'indipendenza Usa, a Lampedusa per celebrare i migranti. Un grave errore, ripetuto
di Antonio Socci domenica 5 luglio 2026

3' di lettura

Alcuni titoli delle prime pagine dei giornali di ieri. Corriere della sera: “Leone sfida Trump”. Repubblica: “Migranti, il 4 luglio del Papa. Alla vigilia della visita a Lampedusa monito a Trump nel messaggio per i 250 anni degli Usa”. La Stampa: “Sfida del Papa a Trump”. Domani: “Il 4 luglio antitrumpiano del Papa”.

Un coro unanime di lodi a Leone per la decisione di andare il 4 luglio, festa dell’indipendenza Usa, a Lampedusa per celebrare i migranti e lanciare una clamorosa provocazione politica contro Trump.
Ma quella di Prevost è anche una polemica contro i popoli europei che non ci stanno più a subire l’immigrazione incontrollata e a pagarne i costi.

Dal precedente “pellegrinaggio” a Lampedusa del 2013 di papa Bergoglio fino ad oggi, l’Europa è stata investita da un’enorme ondata immigratoria con drammatici problemi sia per la sopravvivenza del welfare state che per la crescita della criminalità (senza che Bergoglio o Leone abbiano mai manifestato vicinanza e solidarietà alle vittime di tanti reati).

DESTABILIZZAZIONE

Si è imposto un multiculturalismo che destabilizza l’identità dei popoli europei ed (oltre a una certa infiltrazione islamista) è in corso una progressiva islamizzazione che dovrebbe preoccupare i Papi. Ma non è così per Bergoglio e Prevost. Quella di Leone è stata una “benedizione” dell’immigrazione di massa da parte del Capo dello Stato del Vaticano che è circondato da alte mura e che non ammette ingressi irregolari (puniti da norme molto dure).

Ripetere oggi il viaggio di Bergoglio a Lampedusa è anche una sfida alla Ue che ha ormai deciso di arginare il fenomeno: di fatto è una dichiarazione ostile verso i popoli europei. E anche ostile all’Africa i cui vescovi si battono da anni contro l’emigrazione che dissangua e impoverisce i loro popoli di energie che sarebbero preziose nei loro Paesi.

Ma la principale «provocazione politica» è rivolta alla Casa Bianca, come scrivono i giornali. Non a caso negli Usa papa Prevost è percepito sempre più come un politico Dem, cioè di sinistra. Di recente Newsweek titolava: «La popolarità di Papa Leone precipita fra i cattolici repubblicani».

Una così spiccata politicizzazione del papato è un disastro per la Chiesa. Infatti un Papa, anche dopo l’elezione, può avere sue idee politiche. Meno ovvio è che queste idee politiche siano quelle che Prevost manifestava da trentenne, quando, già ordinato prete, a Roma, nel 1983, partecipava alle marce della Sinistra contro gli euromissili della Nato a Comiso (manifestazioni applaudite dall’Urss).
Però non dovrebbe mai accadere che tali idee politiche personali, peraltro molto di sinistra, del cittadino Prevost, diventino il magistero di Leone XIV come se fossero le idee politiche della Chiesa (è già avvenuto con Bergoglio).

L’OMELIA

Benedetto XVI, nell’omelia del 7 maggio 2005 in Laterano, per l’insediamento sulla Cathedra romana, spiegò la concezione cattolica del Papato che ogni Successore di Pietro dovrebbe imparare a memoria. Disse testualmente: «Il Vescovo di Roma siede sulla sua Cattedra per dare testimonianza di Cristo... Il Papa non è un sovrano assoluto, il cui pensare e volere sono legge. Al contrario: il ministero del Papa è garanzia dell’obbedienza verso Cristo e verso la Sua Parola. Egli non deve proclamare le proprie idee, bensì vincolare costantemente se stesso e la Chiesa all’obbedienza verso la Parola di Dio».

Quindi un Papa può intervenire sulla politica, ma non per «proclamare le proprie idee» personali, bensì per difendere la Chiesa e la fede del popolo di Dio. Come hanno fatto, ad esempio, tutti i Papi moderni condannando il comunismo e il marxismo ateo, da Leone XIII fino a Benedetto XVI.

Ieri, ai festeggiamenti per il 250° degli Stati Uniti, è stato il presidente Trump ad attaccare il comunismo. Ma Leone XIV non si espone mai contro il totalitarismo rosso: attacca invece Trump. Così, per esempio, la Santa Sede accetta che il regime di Pechino nomini i vescovi della Chiesa in Cina a proprio arbitrio, infischiandosene del Papa. Niente scomuniche per loro.

www.antoniosocci.com

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