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Maurizio Landini, ritirata e umiliazione: com'è costretto a supplicare i nemici

di Sandro Iacometti domenica 5 luglio 2026

3' di lettura

Viva l’unita sindacale. A dirlo dal palco del congresso nazionale della Uil, udite udite, è Maurizio Landini, un signore che negli ultimi anni non ha fatto altro che accusare i suoi colleghi della triplice perché troppo morbidi e “collusi” rispetto al governo “genocidario” di centrodestra guidato da quella “cortigiana” di Giorgia Meloni.

Insulto dal sapore vagamente sessista che il segretario della Cgil ha però derubricato ad osservazione geopolitica sull’atteggiamento dell’Italia rispetto al presidente Usa Donald Trump. Sentiamo cosa ha detto ieri il sindacalista rosso e proviamo a riannodare i fili. «Dobbiamo dare un messaggio molto preciso. Ognuno di noi ha le sue idee, ci conosciamo, c'è pluralismo, ma oggi per il mio impegno è che se vogliamo dare risposte e ricostruire fiducia verso il mondo del lavoro», ha detto Landini dall’assise di Padova serve «stare uniti per cambiare la situazione». Messaggio che gli amici del sindacato confederale non hanno voluto, o potuto, smentire in tempo reale, considerate anche le numerose vertenze sindacali territoriali su cui Cgil, Cisl e Uil fanno fronte comune contro un’avanzata dei sindacati autonomi che in alcuni settori prende sempre più forza, mettendo a rischio l’egemonia dei big.

Vedremo cosa succederà nei prossimi mesi, soprattutto in autunno, quando toccherà di nuovo confrontarsi sulla manovra di bilancio. L’ultima volta non è andata benissimo.

CONTRORDINE

Le misure del governo sulla detassazione degli aumenti contrattuali hanno riscosso il plauso di Cisl e Uil, ma la Cgil non ne ha voluto sapere. Anzi, Landini, dopo essere stato abbandonato anche dalla Uil nella sua raffica di scioperi per qualsiasi cosa, dalla Palestina alla Costituzione, tranne che per i lavoratori, ha definito addirittura «dannoso» il confronto con Palazzo Chigi, declamando il suo slogan preferito, ovvero che il governo porta «a sbattare il Paese». Ecco, sentite ieri: «La detassazione degli aumenti contrattuali è «una richiesta che abbiamo fatto tutti assie me in questi anni». Ma come? Dopo aver litigato con le altre sigle e convocato uno sciopero generale contro la finanziaria, ora rivendica le misure inserite nella manovra?

Fosse solo questo, pazienza. Ma è credibile invocare l’unità sindacale dopo aver accusato gli amici della Cisl, era la primavera del 2024 e il caso di cronaca era l’incidente nella centrale idroelettrica di Suviana in cui persero la vita 5 lavoratori, di «non voler scioperare davanti ai morti»? Certo, con il sindacato allora guidato da Luigi Sbarra e ora da Daniela Fumarola i rapporti non sono mai stati ottimi. Allora parliamo della Uil. Lo scorso dicembre a Genova alcuni sindacalisti della sigla guidata da Pierpaolo Bombardieri sono stati aggrediti, finendo all’ospedale, da esponenti della Fiom nell’ambito della vertenza Ilva. «Ci aspettiamo un ferma condanna da parte della Cgil e della Fiom», ha detto giustamente il segretario generale ieri padrone di casa a Padova, definendo gli attacchi «squadristi». La risposta di Landini: «La reazione di chi era in assemblea, per quel che mi risulta, è stata di avere con loro uno scambio vivace, anche di insulti, ma senza pressioni di alcun genere». Calci e pugni vivaci, nel nome dell’unità sindacale.

CONTRATTI PUBBLICI

E sempre nel nome dell’unità sindacale nell’ultimo anno la Cgil di Landini ha evitato di apporre la propria firma ai contratti del pubblico impiego riguardanti le funzioni locali, le funzioni centrali, istruzione e ricerca, sanità pubblica, vigili del fuoco. Milioni di dipendenti che hanno rischiato di restare senza aumenti contrattuali non fosse stato per Cisl e Uil che hanno consentito l’approvazione dei rinnovi. Così come la Cgil si è opposta alle norme sulla partecipazioni dei lavoratori nella governance delle aziende e, da ultimo, al decreto primo maggio sul salario giusto. «Non si può essere poveri lavorando.

Senza aumenti veri è solo propaganda», ha sentenziato Landini. Peccato che secondo il “ritrovato” amico Bombardieri, invece, il salario giusto è stata «una vittoria per tutti i lavoratori e la nazione». Quanto al rapporto col governo, il giorno dopo gli applausi a scena aperta della platea della Uil al premier Giorgia Meloni, Landini ha commentato: «Il problema non è se sono aperte o no le porte di Palazzo Chigi, il problema è che oggi sono vuote le borse della spesa».

La sensazione è che il leader della Cgil, dopo aver tentato invano la scalata solitaria al sindacato e a anche al campo largo, ieri si sia presentato col cappello in mano, dopo essere persino tornato a firmare i contratti della Pa, chiedendo di rientrare nel club. Forse gli ridaranno la tessera, ma di certo si può scordare di dettare legge.

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