E se la variabile Vannacci, che i sondaggi danno costantemente in crescita (l'ultimo sondaggio, di Youtrend, dà Futuro nazionale al 6,4%) rischiasse di inceppare l’ingranaggio della legge elettorale scritta dal centrodestra? Di provocare, cioè, effetti differenti, se non addirittura opposti, rispetto a quelli per cui è stata pensata e scritta?
Lo Stabilicum era stato ideato, come dice il soprannome stesso, per dare stabilità, evitare il pareggio, assicurare un vincitore. Siamo sicuri che questo obiettivo verrebbe ottenuto nel caso, non più teorico, di un Futuro nazionale a doppia cifra? A detta di alcuni costituzionalisti o esperti di sistemi elettorali, no.
DECISIVO
Il fatto di aver tolto, nella seconda versione, il ballottaggio rischia di creare uno scenario da incubo: pareggio e un Vannacci decisivo per formare il governo. Il primo ad avvertire, in questi giorni, questo rischio è stato Stefano Ceccanti. «Se non si introduce il ballottaggio», spiega, «si rischia di rendere decisive dopo il voto minoranze estreme o di andare a elezioni ripetute». Con tante forze non schierate e Fn a doppia cifra, non è detto che il centrodestra o il centrosinistra raggiungano il 42%, soglia necessaria per il premio di maggioranza. In quel caso, come formare un governo? L’ago della bilancia lo farebbe Futuro Nazionale. «Sbaglia», aggiunge, «chi pensa, se non scatta il premio, che possano essere decisivi piccoli gruppi di centro. Fuori dai due poli maggiori le forze più consistenti e potenzialmente decisive dopo il voto sono quelle emergenti di partiti estremi. Il ballottaggio è la risorsa che spinge a esiti più centripeti e meno dipendenti dalle estreme. Altrimenti si fa l’errore del Rosatellum che fu pensato per produrre una maggioranza post elettorale al centro mentre nel 2018 spinse al governo M5S-Lega».
La pensa allo stesso modo Peppino Calderisi, esperto di sistemi elettorali ed ex parlamentare di Forza Italia. «Con il sistema previsto», spiega a Libero, «la sconfitta del centrodestra è altamente probabile, con la soglia al 50% e il ballottaggio la partita sarebbe invece aperta». Una delle obiezioni al ballottaggio è che, si dice nella maggioranza, il doppio turno incentiva gli elettori dell’altro campo a unirsi in una sorte di fronte nazionale contro la destra.
Calderisi è scettico: «Certamente entrano in gioco anche le seconde scelte degli elettori che al primo turno non hanno votato per i due poli. Ma oltre alla partita “contro” (per la quale non vi sarebbe solo un fronte anti-Meloni, ma anche quello opposto contro Schlein o Conte, al quale parteciperebbero elettori di Vannacci), c’è soprattutto la partita “per”; cioè la partita che riguarda la qualità delle proposte di governo, decisive per ottenere il consenso degli elettori di centro, il cui voto vale il doppio». Ricorda, poi, che durante la Bicamerale di D’Alema «Berlusconi lo aveva capito, così come aveva ben chiaro che in un ballottaggio per il governo sarebbe massima la partecipazione anche degli elettori del centrodestra. Certamente questo sistema di voto implica l’adozione di un diverso progetto politico, quello di un moderno partito liberal-conservatore. Il problema è soprattutto questo».
Sulla stessa linea è Gaetano Quagliariello, anche lui ex parlamentare del centrodestra. «Se prendi a bordo Vannacci», spiega a Libero, «metti in difficoltà la Lega e Forza Italia. Ma se non lo prendi a bordo e Vannacci è al 6%, perdi il 6-7% e lo dai all’altra parte. Devi poter parlare agli elettori di Vannacci senza passare da Vannacci. Questo è il senso del doppio turno».
CINQUE ANNI
Poi c’è una valutazione di ordine generale: «Il sistema ha bisogno di mantenere la stabilità che Meloni è riuscita a garantire governando 5 anni. Ma perché sia possibile, le coalizioni devono essere il più possibile coese. Vannacci (alleato prima o dopo il voto, ndr) lo impedirebbe. L’altro problema è che le coalizioni si qualificano sul terreno della politica estera. Il rapporto di Vannacci con la Russia non è quello di Salvini». Quanto al rischio che, in un secondo turno, gli elettori del centrodestra non vadano a votare, «era vero in un mondo nel quale la sinistra era dotata di organizzazioni sociali collaterali in grado di mobilitare. Oggi non è più così».
Non solo: «Io sono convinto che al secondo turno la maggior parte dei centristi voterebbe per il centrodestra perché riconoscono a Meloni di aver tenuto su quel terreno». Non potrebbero fare lo stesso ragionamento rispetto all’altro schieramento. Un ultimo dato: secondo uno studio presentato alcuni mesi fa dal dem Dario Parrini in commissione al Senato, dal 1993 in poi nei ballottaggi svolti nei capoluoghi di provincia in meno del 5% dei casi c’è stato un vincitore al ballottaggio che al primo turno era arrivato secondo. ■.