Più passano i giorni e più l'inchiesta sulle forniture Covid assomiglia a un disco rotto. Ogni nuova nota che emerge dallo spartito giudiziario finisce per riproporre sempre la stessa melodia: gli allarmi c'erano, circolavano, venivano inoltrati, ma sembrano dissolversi proprio nel momento in cui qualcuno avrebbe dovuto trasformarli in controlli. L'ultimo tassello arriva dall'Agenzia delle Dogane. È il 29 aprile 2020. In piena emergenza, il direttore centrale Antifrode e Controlli, Maurizio Montemagno, firma una circolare destinata a tutte le direzioni regionali, interregionali e agli uffici doganali italiani. L'oggetto è la nuova normativa varata da Pechino per bloccare l'esportazione delle mascherine prodotte senza i requisiti richiesti.
Non è una comunicazione generica. Dentro c'è la chiave per verificare tutto. La circolare indica il collegamento diretto al sito della Camera di commercio cinese, «accedendo al quale – si legge nel documento – è possibile verificare direttamente l'elenco aggiornato delle società che hanno ottenuto la registrazione o la certificazione per lo standard export delle mascherine chirurgiche». Tradotto: era sufficiente un clic per verificare se un produttore fosse autorizzato a esportare. Quella era la famosa white list, il registro ufficiale delle aziende abilitate dal governo cinese, di cui Libero ha dato conto ieri. Si trattava del filtro introdotto da Pechino dopo che gran parte del mondo aveva scoperto di essere stata invasa da mascherine di qualità discutibile.
È qui che la vicenda prende una piega che lascia pochi margini all'immaginazione – e alle difese di Giuseppe Conte e di chi oggi rivendica la gestione di quei mesi. Le 36 aziende che, attraverso i tre consorzi Wenzhou Moon Ray, Wenzhou Light e Luokai Trade, di lì a poco venderanno centinaia di milioni di mascherine alla struttura commissariale non risultano presenti in quell'elenco. Nemmeno una. Come se non bastasse, la circolare delle Dogane mette sul tavolo un altro elemento. Non esisteva soltanto una lista delle imprese autorizzate. Esisteva anche quella delle aziende finite sotto indagine perché sospettate di non essere qualificate per la produzione di mascherine. In altre parole, una black list.
Altro che Far West. Altro che mercato fuori controllo. Mentre in Italia il governo sostenuto da Pd e M5S continuava a sostenere che fosse impossibile distinguere le aziende serie da quelle improvvisate nel caos dell'emergenza, il governo cinese aveva già iniziato a fare pulizia in casa propria. Aveva censito chi poteva esportare. E aveva anche segnalato chi meritava un supplemento di attenzione. Le informazioni erano pubbliche. Le autorità italiane le avevano ricevute. Le Dogane le avevano trasmesse a tutta la rete degli uffici territoriali.
Poi succede qualcosa che appare quasi paradossale. Nel momento stesso in cui Pechino stringe i bulloni, in Italia le maglie sembrano allargarsi. Una circolare dell'Agenzia delle Dogane, infatti, apre alla possibilità di sdoganare prodotti privi del marchio CE o recanti una marcatura contraffatta, purché vengano declassati a mascherine generiche. È un passaggio che va ben oltre il fascicolo giudiziario – poi archiviato – a carico del commissario straordinario Domenico Arcuri e dei suoi collaboratori. Qui non entra in gioco il codice penale. Entrano in gioco la capacità manageriale e il senso del limite.
Da una parte la Cina prova a blindare le esportazioni. Dall'altra, almeno secondo gli atti, il sistema italiano sembra trovare comunque il modo di far passare la merce. Del resto, lo abbiamo raccontato ieri. La normativa Mofcom arriva sulla scrivania di Arcuri attraverso la Protezione civile. Arcuri la gira al responsabile unico del procedimento, Antonio Fabbrocini, e a un altro funzionario con una sola parola: «Guardatela». Lo stesso tema ricompare poi nelle comunicazioni di Invitalia. E quando la Guardia di finanza ascolta Francesca Iacono, avvocato dei Servizi centrali di committenza di Invitalia, emerge un ulteriore dettaglio.
«Alla mia segnalazione in merito alla normativa Mofcom faccio presente che non ho avuto ritorni da parte del Rup Antonio Fabbrocini, in quanto non era quello l'intento della mia comunicazione», si legge nel verbale. La conclusione è altrettanto significativa: «Non sono in grado di dirvi se in ordine a tale comunicazione siano stati effettuati dei controlli». Davvero nessuno se n'è preoccupato? Perché Fabbrocini, almeno secondo gli atti, riceve la stessa informazione più di una volta. Prima direttamente dal commissario Arcuri. Poi da Invitalia. Sempre sulla stessa normativa. Sempre sullo stesso filtro imposto da Pechino. E così torna il disco rotto: qualcuno controllò se i produttori delle mascherine acquistate per oltre 1,25 miliardi di euro fossero autorizzati dal governo cinese a esportarle? E qualcuno, già che c'era, verificò almeno la black list delle aziende finite sotto indagine a Pechino? Negli atti conosciuti una risposta non compare. Gli alert, invece, spuntano ovunque. Come quei cartelli luminosi che lampeggiano in autostrada. Il problema, semmai, è capire se qualcuno abbia davvero rallentato.