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Covid, mascherine su "cargo fantasma": non si sa chi ha consegnato cosa

di Simone Di Meo martedì 14 luglio 2026

4' di lettura

Cargo “fantasma”, pieni di merce senza nome. Aerei decollati dalla Cina e arrivati in Italia con documenti che parlavano soltanto di “aiuti medici”, “materiale sanitario”, “beni commerciali” o “prodotti umanitari”. Formule buone per qualche diretta social, molto meno per capire che cosa ci fosse davvero nella stiva: quali mascherine, quante, prodotte da chi, per conto di quale consorzio, destinate a chi. È da qui che parte il grande buco dell’inchiesta sui voli dell’emergenza Covid durante il governo di Giuseppe Conte. Gli aerei si vedono. Le rotte, quasi. La merce, spesso, resta avvolta nella nebbia. E quando la Guardia di Finanza prova a mettere in fila autorizzazioni, numeri di volo, scali intermedi e lettere di trasporto, il quadro si frantuma. «Sapere che un aereo era autorizzato a volare non significa sapere che cosa trasportava - spiega un investigatore a Libero, - né chi aveva spedito la merce, chi doveva riceverla e chi aveva organizzato il viaggio». Un dettaglio non secondario considerato che i dispositivi di protezione erano acquistati dal commissario straordinario, Domenico Arcuri, attingendo al pozzo senza fondo dei soldi pubblici.

Per capire che cosa volasse davvero servivano gli Air Waybill, le lettere di trasporto aereo. Sono i documenti che indicano mittente, destinatario, peso, numero dei colli e natura della spedizione. Dove sono stati recuperati, il mistero svanisce: per 15 missioni private della Neos, per esempio, gli Air Waybill collegano i carichi a Wenzhou Light, Wenzhou Moon-Ray e Luokai Trade, i tre consorzi sotto inchiesta. Per World Cargo, altre carte portano a Byd e Copag. Quindici voli documentati, però, sono un fiammifero acceso in una caverna. Dove quelle carte mancano, resta il vuoto. Il caso più evidente, scrivono i militari in una informativa, riguarda Winner Italia e un volo Alitalia organizzato per trasportare 135 metri cubi di materiale. Negli atti non è stato possibile ricostruire né che cosa fosse a bordo né quale società cinese lo avesse spedito. C’è il viaggio, c’è la commessa, c’è l’aereo. Il carico, invece, resta senza identità.

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E il “giallo” si infittisce quando si passa dai carichi ai codici di volo. La Guardia di Finanza, nel corso delle indagini, ha chiesto all’Enac di verificare i numeri riferiti a 16 compagnie. Per sei vettori El Al, Asl Airlines Belgium, Asiana, Cathay Pacific, Emirates e Korean Air - quei codici non risultavano autorizzati. Possibile? L’Ente dell’aviazione civile ha spiegato che gli aerei potevano essere partiti dalla Cina, aver fatto scalo in un altro Paese e aver proseguito verso l’Italia con una numerazione diversa, valida soltanto per l’ultima tratta: Shanghai-Tel Aviv con un codice, Tel Aviv-Roma con un altro. Il caos. A rendere tutto più complicato è arrivato poi l’attacco informatico all’Enac del luglio 2020. Il protocollo resta bloccato per circa un mese.

Le autorizzazioni continuano a essere rilasciate, ma in alcuni casi prendono la scorciatoia della comunicazione “tramite mail”. Non una illegittimità in sé, ma l’innesco di un’altra criticità: una ricerca limitata all’archivio ordinario poteva non restituire tutte le autorizzazioni effettivamente concesse. E così, infatti, è stato. Nel frattempo, i cargo continuavano ad arrivare. E molti atti, analizzati dalle Fiamme gialle, si accontentavano di descrizioni tanto larghe da non dire quasi nulla. “Medical aid” può significare mascherine, guanti, camici, macchinari o altro materiale. “Commercial goods” è ancora più elastico. Per dire: le stive potevano essere pieni di patatine o martelli o altro. Nessuno l'avrebbe mai saputo né allora né ora.

In questa terra di mezzo si son mossi anche i mediatori dei tre consorzi che hanno rifilato al nostro Paese mascherine scadenti per 1,25 miliardi di euro. A dispetto di quel che hanno giurato Arcuri, Giuseppe Conte e gli altri funzionari di Invitalia prima e della struttura commissariale poi, i broker son stati parte attiva nella organizzazione della maxi commessa e addirittura nella logistica. Per certo, si sa che le lettere firmate da Arcuri per l’acquisto dei lotti sono state trasmesse dalla struttura a uno degli indagati e utilizzate per rassicurare la compagnia Neos sul piano dei voli prenotato. Addirittura, nei computer di uno degli intermediari sono stati recuperati i contratti El Al. E le chat Whatsapp agli atti mostrano un’attività di coordinamento fra intermediari, vettori e fornitori.

Una sovrapposizione di ruoli tra pubblico e privato, tra attori ufficiali e occulti che ha moltiplicato i passaggi, confuso le carte e seminato lo scompiglio. «La struttura commissariale doveva conservare il fascicolo delle proprie commesse e dell’esecuzione - continua la fonte -, mentre Enac doveva custodire il fascicolo autorizzativo; i vettori e gli operatori logistici dovevano mantenere i documenti di trasporto di loro competenza; così come le Dogane le dichiarazioni d’importazione: se i documenti non si trovano o non combaciano - conclude -, questa è stata una gran fortuna per chi aveva qualcosa da nascondere...».

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