Non vorrei smorzare sul nascere l’entusiasmo delle opposizioni per il possibile crollo della maggioranza e quindi per la fine anticipata del governo. Nel brutto scivolone sul voto di un emendamento della riforma elettorale in votazione alla Camera c’è stato infatti davvero poco di politico, i trenta falchi tiratori che, protetti dal voto segreto, hanno affossato l’emendamento, proposto dalla maggioranza e sostenuto dal governo, che reintroduceva in parte le preferenze sono stati mossi da motivi personali che attengono alla salvaguardia del posto di lavoro.
È complicato a spiegarlo ma semplice a riassumerlo: chi ha pensato che le nuove regole avrebbero potuto mettere a rischio la propria rielezione si è messo di traverso incurante degli ordini di partito. L’ha combinata grossa, certo, ma per mettere al sicuro altri cinque anni a dodicimila euro al mese più benefit si fa questo e altro.
Più che la “libertà degli elettori a scegliere i candidati” è valsa la paura di non riuscire a pagare il mutuo, quella terribile di dover andare a lavorare per davvero ammesso di trovarne uno di lavoro. Scommetto che scampato il pericolo più immediato tutto tornerà a filare liscio, soprattutto perché questi signori e signore hanno un altro nobile obiettivo da raggiungere: tirare avanti la legislatura almeno fino al marzo prossimo, quando in base ai regolamenti scatterà per tutti loro il diritto alla pensione, che non è più faraonica come ai vecchi tempi ma è pur sempre un ghiotto vitalizio (in questo saranno segretamente spalleggiati dai colleghi dell’opposizione che hanno lo stesso problema).
Se una cosa ha sbagliato il governo è stato non tenere conto che le dinamiche parlamentari, soprattutto a fine legislatura, seguono logiche non sempre nobili che hanno a che fare quasi esclusivamente con interessi personali, calcoli che sfuggono alla contabilità puramente politica. Immaginate lo spogliatoio di una squadra di calcio a fine stagione: c’è chi è sicuro della riconferma, chi sa che dovrà fare le valigie, chi si sente in bilico. Hai voglia a sostenere che indossando la stessa maglia si rema tutti dalla stessa parte con la stessa convinzione. Diceva il saggio: «Per quanto sia sbagliato quanto ti torna comodo lo ritieni giusto».