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Conte, la tragedia del Morandi e gli 8 miliardi che donò ai veri "colpevoli"

di Fabio Dragoni sabato 18 luglio 2026

4' di lettura

«Avvieremo la procedura per la revoca della concessione a società Autostrade». È il Ferragosto del 2018 e queste furono le dichiarazioni dell’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte all’indomani del crollo del Ponte Morandi a Genova. Morirono 43 persone. Il governo non poteva attendere i tempi della giustizia penale, era la versione di Palazzo Chigi. Due giorni dopo il governo inviò formalmente ad Aspi (Autostrade per l’Italia) la lettera di contestazione che avviava la procedura di caducazione della concessione, contestando il grave inadempimento degli obblighi di manutenzione. Nei mesi e negli anni successivi Conte e il suo successore (sempre Conte) hanno più volte ribadito che la procedura era in corso e che, in assenza di un accordo soddisfacente quella concessione sarebbe stata revocata. Poi però l’accordo “soddisfacente” è arrivato. Solo che ad essere soddisfatti sono stati i Benetton. La revoca non fu portata a compimento e si arrivò invece all’accordo transattivo.

Il 15 luglio 2020 l’allora ministro Franceschini celebrava l’accordo raggiunto con queste parole: «Merito della guida del Presidente Giuseppe Conte, la cui fermezza nel tenere sempre aperta la prospettiva della revoca ha consentito di arrivare a questo risultato insperato». Quale sarebbe stato il risultato insperato? Non avere più i Benetton alla guida di Aspi. Ma quanto è costato questo risultato? Quasi 20 miliardi. Comunque più di 19. Dopo quell’intesa celebrata dal governo giallorosso, si è arrivati nel giugno del 2021 (con Draghi al governo) alla sottoscrizione dell’accordo di cessione dell’88,06% di Aspi ad un veicolo finanziario denominato Hri (Holding Reti Autostradali) con dentro Cdp Equity (cioè Cassa depositi e Prestiti e quindi il Mef) al 51%, Blackstone (24,5%) e Macquaire (24,5%).

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La valutazione del 100% di Aspi al 1 gennaio 2021 era di poco superiore ai 9 miliardi. Questa era la base dell’accordo. A cui si sono aggiunti gli interessi convenzionali del 2% maturati fino al momento della vendita (closing) avvenuto nel maggio del 2022. In pratica il conto sale a 9,3 miliardi. Atlantia, la holding facente capo ai Benetton, ha quindi incassato quasi 8,2 miliardi. Niente male come punizione dopo i due tragici incidenti che hanno interessato nel corso di quegli anni anni Aspi: 43 morti nella tragedia del Ponte Morandi di Genova e le 40 vittime del bus che il 28 luglio 2013 precipitò dal Viadotto Acqualonga di Avellino. Il valore dell’operazione è però molto più alto perché il venditore, oltre ad incassare un assegno di 8 miliardi, si è sbarazzato di altrettanti debiti finanziari verso banche e quindi il conto sale a 16 miliardi.

Tuttavia il conto non finisce ancora. Bisogna pagare altri 3,4 miliardi. Per fare che cosa? Indennizzi e interventi come la ricostruzione del Ponte san Giorgio (circa 1,4 miliardi), manutenzioni ed interventi (in cui vi imbattete ogni volta che prendete l’autostrada) ed indennizzi a favore delle vittime. Insomma tutto ciò che le autostrade di Benetton non avevano fatto a chi viene addebitato? Alla stessa Aspi ma dopo che i Benetton sono usciti. Ecco quindi che il conto sale ad oltre 19 miliardi. Niente male come operazione. Dal rischio di vedersi revocata la concessione all’incasso di un assegno di 8 miliardi. Del resto le autostrade sono in Italia la classica gallina dalle uova d’oro.

Dal 1999 al momento della vendita Autostrade ha distribuito quasi 10 miliardi di dividendi. La maggior parte dei quali (88% circa) finite nelle casse del venditore Atlantia (che oggi ha cambiato ragione sociale in Mundys a voler cancellare ogni legame con il passato qualora un distratto navigatore cercasse sul web Ponte Morandi). L’azionista principale di Atlantia (pardon Mundys) è Edizione dei Benetton con il 33%. E questi dividendi a cosa sono serviti? Non a rimborsare il debito contratto per l’acquisizione di Aspi. La tecnica infatti adottata per l’acquisizione di autostrade è quella del Leveraged Buy Out (LB). Vale a dire la società A (acquirente) si indebita per acquistare la società B (Target) in questo caso Autostrade. Dopodiché A si fonde con B e la nuova società risultante dall’accorpamento rimborsa il debito. Una società come ASPI è la preda perfetta per questo tipo di operazioni. Alti margini e stabilità degli stessi. Nel 2018 Aspi vantava un Ebitda, vale a dire il margine operativo lordo - ovvero tutto ciò che rimane prima di rimborsare interessi, tasse ed accantonare ammortamenti- pari ad oltre il 65% del fatturato.

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Sfido qualunque imprenditore ad avere un incasso di 100 ed un flusso di cassa di 65 dopo aver pagato fornitori, dipendenti e collaboratori. Una vera pacchia. E comunque quei dividendi sono serviti ad Atlantia (ripardon Mundys) ad accumulare un tesoretto di partecipazioni di 9 miliardi con dentro gioielli quali Abertis (autostrade spagnole), Aeroporti di Roma e Telepass. Cui si aggiunge un ulteriore diamante: autogrill. Oggi finita in Avolta. Un colosso che opera in 70 Paesi con 5.100 punti vendita tra aeroporti, autostrade, stazioni e porti. Di questo colosso (che vale circa 8 miliardi) i Benetton hanno il 23%. Insomma affari d’oro con le autostrade prima di finire con il botto finale: gli 8 miliardi concordati con Conte per togliere il disturbo.

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