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Ilaria Salis? Ecco perché licenzia: "Non rispondono alle mail e prendono iniziative"

di Michele Zaccardi giovedì 23 luglio 2026

3' di lettura

È rimasta contumace. E non ha specificato i motivi per cui ha lasciato a casa due suoi collaboratori. Per il Tribunale di Milano, sezione lavoro, non è stata dunque dimostrata la «giusta causa» che avrebbe (forse) reso legittimi i licenziamenti. A Ilaria Salis toccherà quindi sborsare un maxi risarcimento di oltre 300mila euro. Lo mette nero su bianco il giudice Franco Caroleo, dopo il ricorso di due ex assistenti dell’eurodeputata di Avs, accertando «l’illegittimità del recesso». Nella sentenza, depositata lo scorso 10 marzo, si legge che spettava a Salis, in quanto datrice di lavoro, fornire «prova della giusta causa», ma lei non essendosi presentata in udienza «non ha evidentemente assolto al proprio onere». Quindi, ha ribadito il Tribunale, si deve affermare «l’insussistenza della giusta causa nei recessi impugnati». Andiamo con ordine. Tutto nasce dal recesso comunicato da Salis ai due collaboratori (che in sentenza sono indicati come Parte 1 e Parte 2) il 17 febbraio 2025. Gli assistenti dell’eurodeputata erano stati assunti il 30 luglio 2024, un paio di mesi dopo la sua elezione al Parlamento Ue.

Con la Parte 1 viene stipulato un contratto di collaborazione coordinata e continuativa (i famosi co.co.co) fino al 16 luglio 2029 (scadenza della legislatura Ue) per l’«ideazione» e lo «sviluppo di progetti finalizzati alla valorizzazione del ruolo parlamentare europeo in seno al Parlamento europeo, gestione di campagne ed eventi» in Italia e all’estero. E poi «analisi e raccolta ex post dei feedback finalizzati al lavoro di parlamentare del committente (la Salis, ndr)» sull’«economia territoriale», le «politiche economiche e del lavoro» e analisi delle informazioni» sull’attività di deputato, oltre all’«assistenza per i contatti con le autorità nazionali, regionali e locali». Con la Parte 2, invece, il contratto (anche questo in scadenza con la legislatura Ue) era di prestazione di servizi per lo sviluppo e la gestione, tra le altre cose, di «campagne e eventi» in Italia e in Europa per comunicare «le tematiche portate avanti dal parlamentare con la doppia finalità di diffondere il pensiero e il lavoro di quest’ultimo e creare momenti di incontro e contatto con la cittadinanza».

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Poi, il 17 febbraio 2025, i due assistenti vengono licenziati. Alla Parte 1 Salis comunica il recesso anticipato del contratto di lavoro per «il venir meno del rapporto fiduciario» perché sono «emersi progressivamente, fino a diventare assolutamente ostativi» «oggettivi motivi di inidoneità professionale connessi anche alla mancata realizzazione delle attività affidate». Come, ad esempio, un «inadeguato supporto al lavoro parlamentare e mancato avviamento di un centro nazionale di contatto con l’elettorato». E soprattutto per la «gestione del tutto inefficiente della casella di posta elettronica, con mancanza di risposte tempestive alle mail ricevute». Ma anche perché si è creata una «situazione di incompatibilità ambientale e personale» e per l’«evidente non comprensione del suo ruolo di mero collaboratore»: «È emersa una gestione autonoma di attività non concordate, non in linea con il ruolo assegnato e con le esigenze del committente».

Alla Parte 2 viene revocato l’incarico con effetto immediato. Anche in questo caso perché, si legge nella lettera di licenziamento, è venuto meno «il rapporto fiduciario», che si sostanzia «nella manifesta insoddisfazione già espressa» nei confronti dei «contenuti» della collaborazione e «degli inadeguati e non condivisibili contenuti del report» richiesto all’assistente a «giustificazione e verifica di attività ritenuta insoddisfacente». Poco più di un mese dopo, il 26 marzo, i due collaboratori impugnano in via stragiudiziale (ovvero, direttamente con la Salis) il recesso e si propongono di continuare a lavorare, ma senza esito. A quel punto decidono di andare per carte bollate.

E il Tribunale gli dà ragione. In entrambi i casi, scrive il giudice Caroleo, «è indubitabile» che Salis abbia voluto recedere dai contratti per «giusta causa». Tuttavia, «la convenuta», si legge nella sentenza, «nel rimanere contumace» «non ha evidentemente assolto al proprio onere». Per questo Salis viene condannata a risarcire i suoi due ex assistenti per oltre 300mila euro, dei quali 147.900 andranno alla Parte 1 e 153mila euro alla Parte 2, oltre al pagamento di 10mila euro di spese processuali. L’ammontare dell’indennizzo è stato quantificato in base alle retribuzioni che sarebbero spettate fino alla scadenza dei contratti di lavoro: alla Parte 1 2.900 euro al mese e alla Parte 2 3mila euro.

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