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Salis, Soumahoro e Fico usano la legge di Renzi per stangare i loro dipendenti

di Daniele Dell'Orco sabato 25 luglio 2026

3' di lettura

La narrazione ufficiale che vuole la sinistra perennemente sulle barricate a favore dei diritti dei lavoratori e contro la deregolamentazione e il vilipendio delle tute blu, a contatto con la realtà materiale, quella fatta di buste paga, contributi previdenziali svicolati e vertenze sindacali, ci restituisce invece un campionario di virtuosismi dello sfruttamento che farebbe prendere appunti perfino al più cinico dei baronetti d'industria diciannoveschi.

Il caso degli assistenti parlamentari di Ilaria Salis, licenziati in tronco senza giusta causa, non è che l’ennesimo capitolo di questa saga oceanica. Anzi, si può considerare a tutti gli effetti la continuazione naturale di quell’epopea quasi mitologica esplosa a fine 2022 attorno ad Aboubakar Soumahoro, suo precedessore come volto in odore di beatificazione per Alleanza Verdi-Sinistra di Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni. Si presentò in Parlamento in stivali da fango per rappresentare gli invisibili, mentre la galassia cooperativa di famiglia gestiva centri d'accoglienza finiti sotto inchiesta per contributi fantasma e stipendi mai versati ai rifugiati per anni. I più attenti ricorderanno poi il moralissimo Roberto Fico, ex Presidente della Camera e oggi Governatore della Campania, sorpreso nel 2018 a gestire le faccende domestiche con una colf rigorosamente in nero, dimostrando con sublime coerenza che la decrescita felice parte prima di tutto dal risparmio sui contributi di chi ti stira la camicia.

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Tra i compagni datori di lavoro che riscoprono le gioie del taglio dei costi ci sono poi gli editori di Fanpage, punto di riferimento dell'informazione d'assalto ed eticamente pura, che a febbraio scorso sono stati raggiunti da un verbale d'ispezione dell’Inps che ha notificato una maxisanzione da 3,5 milioni per aver applicato ai propri redattori un contratto non riconosciuto dalla Fnsi e ritenuto penalizzante sul piano retributivo e contributivo. Una magnifica dimostrazione di come si possa sferzare il liberismo selvaggio in prima pagina e poi applicarlo con diabolica precisione contabile nell'ufficio del personale. Ma la lista è ancora lunga.

Prima di Salis già l'ex deputato grillino Paolo Bernini ci aveva offerto lezioni di sana collaborazione, quando venne condannato dal Tribunale di Roma nel maggio 2017 (con conferma in appello nel 2021) a risarcire con quasi 70mila euro l'ex collaboratore parlamentare cacciato in tronco nel per banali divergenze politiche. E il collega Massimo De Rosa a inizio 2016 chiuse forzatamente il contratto del suo assistente facendo peraltro leva, con sublime nemesi, sulle interpretazioni del tanto vituperato (a chiacchiere) Jobs Act. Ma mica è l’unico.

PREDICANO BENE...
Non si salva granché nemmeno la casa madre del riformismo, quel Pd che tra il 2014 e il 2017, mentre proclamava lo sciopero generale contro la flessibilità, usava esattamente la cassa integrazione e i licenziamenti collettivi per fare repulisti dei propri dipendenti di sede travolti dai buchi di bilancio. Senza dimenticare le sanzioni dell’Ispettorato del Lavoro piovute a più riprese, come a Genova nel 2017, sulle Feste dell'Unità, dove la sacra arte del volontariato rosso si trasformava misteriosamente in lavoro nero non pagato tra lo stand della salamella e il banchetto del tesseramento. Il vizietto comunque è capillare e s’insinua ovunque. Già nello scandalo di Mafia Capitale del dicembre 2014 ad esempio, con la Cooperativa 29 Giugno di Buzzi, la favola delle Coop rosse buone e solidali si era sciolta tra conti bloccati e oltre 1300 operatori sociali lasciati senza stipendio per mesi. L’incoerenza della sinistra mise in imbarazzo persino Susanna Camusso che all'epoca, dall'alto della Cgil, scagliò un duro j’accuse contro il sistema delle coop per il dumping salariale e l'abuso di subappalti. Ma finanche la sinistra radicale di Rifondazione Comunista nel 2014 utilizzò modalità che farebbero impallidire gli Hr di una multinazionale per licenziare 11 impiegati che aprirono vertenza sommando all'ingiusto licenziamento periodi di lavoro nero.

Per i legali della difesa, tra le altre cose, appartenevano tutti alla minoranza politica che non aveva votato a favore della segreteria di Paolo Ferrero. Senza ingresso in Parlamento i soldi stavano finendo, e allora perché non iniziare a tagliare i rami secchi del dissenso interno? Insomma, la sinistra difende i lavoratori a parole, ma quando tocca a lei gestire la cassa, riscopre improvvisamente la bellezza del licenziamento facile e dello sfruttamento contabile. Un vero capolavoro di ortodossia ideologica ad uso e consumo dei talk show, edificato sulle spalle (e sul portafoglio) degli ultimi.

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