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Maranza, l'educazione della sinistra: diritto di voto ai minorenni ma niente doveri

di Pietro Senaldi domenica 26 luglio 2026

4' di lettura

Dei diritti senza doveri. Da anni la sinistra spinge perché l’età per poter votare alle elezioni politiche sia abbassata da diciotto a sedici anni. Le motivazioni addotte sono nobili.

«Dobbiamo allargare la fascia di peso dei giovani nella nostra società», è stato lo slogan con cui Enrico Letta, ai tempi capo dei dem, lanciò quella che egli stesso definì «una battaglia». «Va premiata la passione civile di tanti ragazzi e ragazze», gli faceva eco il predecessore alla segreteria, Nicola Zingaretti. «Se a sedici anni puoi lavorare e pagare le tasse, devi avere anche il diritto di votare», si aggiungeva l’enfant prodige Luigi Di Maio. «Sì all’abbassamento, i ragazzi hanno dimostrato con le loro mobilitazioni per il clima una grande consapevolezza civica», si schierava Nicola Fratoianni, in rappresentanza degli eco-ansiosi, con la benedizione di Angelo Bonelli, secondo cui è «una scelta di democrazia e di futuro riconoscere ai minorenni il diritto di scegliere chi governa». Ma il più perentorio è stato Giuseppe Conte: «A quell’età si ha già una piena maturità psicofisica».

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IL REGALO

Quanta ipocrisia. Il reale motivo della proposta del voto a sedici anni è noto: Pd, M5S e Avs confidano nell’inesperienza di chi si affaccia alla vita. La scheda elettorale ai minorenni è concepita come un regalo, un diritto a cui non corrispondono doveri. La logica riflette il modo di pensare dei partiti progressisti nostrani, che sono indietro di qualche decennio Sono persuasi che i giovani di oggi siano come i loro nonni: tutti idealisti, rivoluzionari in borghese e scarsamente pratici e che quindi si orientino naturalmente a sinistra, in nome del bene collettivo al quale, non lavorando ancora, non sono chiamati a contribuire. Così solleticano i ragazzi senza però chiedere loro nulla in cambio, ma sono i primi a sapere che l’abbassamento dell’età è solo un’operazione disperata per alzare la percentuale di consensi nell’urna.

La riprova di questo è il coro di proteste che si è levato da sinistra contro il governo che ha appena approvato una legge che cambia i criteri di imputabilità dei ragazzi tra i quattordici e i diciotto anni. A criticarla, guarda caso, è la stessa compagnia di giro che, quando si tratta di raccattarne il consenso, ritiene i nostri giovani dei valorosi e maturi cittadini a cui non si può negare il diritto di votare a sinistra. Abbastanza grandi per votare Pd, non sufficientemente maturi però per rispondere dei loro crimini: così la sinistra vede, con sguardo strabico, i minorenni italiani. Secondo il fronte progressista si fa prima ad avere idea da chi conviene farsi governare, cosa che sfugge peraltro alla maggioranza degli adulti, piuttosto che a capire che è sbagliato accoltellare un coetaneo o un anziano per derubarlo, vandalizzare una città o spacciare droga. Lunare, un ragionamento troppo strampalato perfino per la nostra opposizione.

Infatti, a ben vedere, i primi a non credere a quel che dicono sono proprio gli esponenti della sinistra, che tracciano scenari di autoritarismo spinto, sostengono che adesso i liceali non potranno più manifestare in piazza e parlano di stravolgimento della giustizia penale minorile. In realtà, la norma del governo non fa altro che invertire l’onere della prova dell’imputabilità. Finora chi ha meno di diciotto anni e delinque, salvi i casi gravissimi di stupro, rapina a mano armata e omicidio, è considerato incapace di intendere e volere, quindi di capire il senso del proprio gesto. Spetta al magistrato, se vuole avvalendosi della consulenza di psicologi e assistenti sociali, stabilire se invece il ragazzo sapeva quel che faceva.

Quando la proposta del governo entrerà in vigore, si partirà dal presupposto che anche un minorenne, se sopra i quattordici anni, età al di sotto della quale resta non imputabile, è punibile, salvo che non riesca a dimostrare di essere particolarmente immaturo o addirittura incapace di determinarsi liberamente. Nessuna rivoluzione, nessun potere sottratto a magistrati ed esperti; solo l’applicazione del principio costituzionale secondo cui, a situazioni diverse, vanno date risposte disuguali.

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RESPONSABILIZZAZIONE

Il messaggio che vuole dare il governo ai giovani è, come ha sintetizzato Giorgia Meloni, che chi sbaglia è giusto che paghi. L’inversione dell’ordine della prova è una responsabilizzazione dei ragazzi e permette anche, tecnicamente, di avere una giustizia più veloce e quindi più efficace. «In troppi si nascondono dietro la non punibilità» ha detto del resto Don Maurizio Patricello, il parroco anti-camorra di Caivano, facendo capire come essa in realtà favorisca l’arruolamento e la permanenza dei giovanissimi nella criminalità organizzata. In effetti, la giustizia minorile ha come fine prioritario il recupero del giovane e non la punizione. Il giovane imputabile può essere indirizzato alla messa in prova, preso in carico dallo Stato e avviato sul sentiero del recupero. Il non imputabile viene rimesso istantaneamente nell’ambiente che lo ha reso un criminale.

E a questo punto viene da chiedersi se siano più irresponsabili i criminali minorenni o gli esponenti maggiorenni dell’opposizione, che vogliono far votare degli sbarbati ma poi, se delinquono, preferiscono lasciarli nelle mani di mafia e camorra.

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