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Schlein, un consiglio: si impegni a far durare ancora la Meloni

Oggi ultimo giorno di lavoro in Parlamento. Il campo largo smonta le tende e va in vacanza senza aver fatto nessun passo concreto sulla via del consolidamento dell’alleanza
di Pietro Senaldi giovedì 6 agosto 2026

3' di lettura

Oggi ultimo giorno di lavoro in Parlamento. Il campo largo smonta le tende e va in vacanza senza aver fatto nessun passo concreto sulla via del consolidamento dell’alleanza, più fragile adesso di quando il tentativo di avventura comune è partito. Sono passati cinque mesi dalla vittoria delle sinistre nel referendum sulla giustizia e non c’è una sola riga del programma né si capisce quale sarà il leader o almeno come verrà individuato, se ci saranno le primarie e, nel caso, quando e con quali regole.

«Non è il tempo delle divisioni, concentriamoci sulla critica al governo Meloni», dice Elly Schlein per glissare sull’offensiva che Giuseppe Conte le sta portando. È cinque mesi però che la leader del Pd non fa altro e anche i più affezionati commentatori delle cose progressiste ormai le presentano il conto. «Per cortesia, se non riuscite a scrivere il programma perché M5S e Pd sono troppo distanti, ditecelo, ne prenderemo atto», scrive un ormai disilluso Michele Serra su Repubblica.

«Conte sta subendo pressioni dal Movimento per rompere la pantomima del campo largo e andare contro tutti, Pdl e Pd meno elle, come diceva Beppe Grillo, prima che lo faccia Alessandro Di Battista. Schlein si sente vittima di patriarcato e oscuri poteri in odore di massoneria che non vogliono sostenerla. Nessuno dei due ha dato mandato ai mediatori per trattare e la rottura della coalizione è possibile» sintetizza un funereo Marcello Sorgi sulla Stampa.

Fa finta di crederci ancora Paolo Mieli, che invita per prima cosa a trovare un accordo sulla politica estera e poi a scegliere il leader senza affidarsi all’ordalia delle primarie. Ma le sue parole sono la vera pietra tombale sul campo largo. Forse Schlein e Conte speravano che con il tempo Vladimir Putin, Donald Trump, Voldymyr Zelenski o perfino la Ue avrebbero risolto il pantano ucraino, levandoli dall’imbarazzo della scelta, ma ormai è chiaro che non andrà così ed è altrettanto evidente che Kiev è un pretesto per non andar d’accordo. Sostenere l’Ucraina costa un euro al mese a ogni italiano, meno di superbonus e reddito di cittadinanza, per intendersi. Impuntarsi sul fronte russo è solo un modo per mascherare la realtà: c’è una poltrona per due e non solo nessuno vuol farsi da parte ma l’unica cosa su cui Elly e Giuseppi sono d’accordo è di non convergere su una terza figura come candidato comune a Palazzo Chigi.

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PRECEDENTE
Così non se ne esce e allora forse la soluzione può arrivare da un esempio del passato. A inizio 2022, malgrado ci fosse stato oltre un anno di tempo per raggiungere un’intesa, il Parlamento non riusciva ad accordarsi per trovare un degno sostituto al Quirinale di Sergio Mattarella, che già aveva preparato il trasloco per una serena pensione nella sua Palermo. All’ottava votazione quasi tutti chiesero al presidente di rimanere sul Colle e togliergli d’impiccio. Non fecero una gran figura ma risolsero il problema.
Se oggi, Schlein dopo tre anni e mezzo di segreteria e Conte dopo cinque di presidenza ancora non hanno trovato la quadra su programma e leadership, poco male. Governare l’Italia non è semplice e richiede chiarezza d’intenti, compattezza e determinazione almeno in fase di partenza.

Se i due non hanno trovato né la formula né gli elementi necessari a comporla, non si affettino a venire a capo in un paio di mesi di quel che non sono riusciti a fare in oltre mille giorni.
Si prendano altro tempo, tutto quello che serve loro. Facciano come fece il Parlamento con Mattarella. Chiedano alla Meloni una piccola proroga, di rimandare il voto e restare a Palazzo Chigi finché loro non si metteranno d’accordo. Tanto da qui al 2029, quando si dovrà eleggere il nuovo presidente della Repubblica, poltrona a cui la sinistra non vuol rinunciare per nulla al mondo, c’è tempo.

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COSTITUZIONE
Non sarebbe neppure anticostituzionale, e non solo perché sindaci e governatori più di una volta hanno allungato di qualche mese il loro mandato elettorale con qualche scusa. La Carta prevede infatti all’articolo 60 che, in caso di guerra, una legge può far slittare le urne. Qui le guerre sono due, una in Ucraina e l’altra dentro il campo largo. Il punto è se Giorgia glielo concederebbe, confidando che la strana coppia non riuscirebbe a raggiungere l’intesa neppure ai tempi supplementari.

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