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Giorgia Meloni, il voto utile: l'arma segreta contro il generale Vannacci

di Fausto Carioti venerdì 7 agosto 2026

4' di lettura

Nessuno di loro lo ammetterà, ma mercoledì sera, in casa di Giorgia Meloni, lei, Matteo Salvini, Antonio Tajani e Maurizio Lupi non si sono limitati a scambiarsi gli auguri per le vacanze e fare il punto sulle priorità da affrontare al rientro. Hanno parlato anche di Roberto Vannacci. E quindi della possibilità di cambiare in corsa la legge elettorale e introdurre un sistema a doppio turno. Il generale e il ballottaggio sembrano due temi distinti, ma sono lo stesso discorso. È lui, facendo concorrenza da destra a Lega e Fratelli d’Italia, che mette l’attuale maggioranza al bivio: con i ballottaggi o senza? I leader riuniti nella casa del Torrino si sono trovati d’accordo: senza. I motivi sono molti, ma il principale è la leva del «voto utile», grazie alla quale - raccontano che Meloni sia la più convinta - i numeri di Vannacci alle urne saranno assai diversi da quelli che gli assegnano i sondaggi.

Il doppio turno «riduce i ricatti politici», dice il senatore Marcello Pera, uno dei pochi che a destra spinge per questa soluzione. E il ricatto di Vannacci è evidente: o vi alleate con me alle mie condizioni (putinismo incluso), o perdete. Le rilevazioni attuali sembrano rendere credibile la minaccia. Nella “supermedia” dell’istituto YouTrend il suo partito è quotato al 7,1%. Gli stessi numeri dicono che il centrodestra (Fdi, Lega, Forza Italia e Noi Moderati) si fermerebbe al 41,6%. Mentre il cosiddetto “campo largo” (Pd, Cinque Stelle, Avs, Italia viva e +Europa) raggiungerebbe il 44,3%. Se si votasse con la legge elettorale in discussione in parlamento, un simile risultato assegnerebbe il premio di maggioranza alla sinistra. Elly Schlein, Giuseppe Conte e compagni avrebbero così il controllo delle due Camere e una seria ipoteca sull’elezione del successore di Sergio Mattarella, il grande evento della prossima legislatura.

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Le cose non sarebbero molto diverse con la legge in vigore: i voti che Vannacci toglierebbe al centrodestra garantirebbero la vittoria al campo largo in gran parte dei collegi uninominali, nei quali si decide chi governa. Il risultato sarebbe molto simile a quello del 2022, ma a parti invertite: a essere divisa, allora, era la sinistra. Assegnare il premio di maggioranza a chi vince il ballottaggio, invece, consentirebbe al centrodestra di presentarsi da solo, senza farsi condizionare da Vannacci, e recuperare al secondo turno gli elettori che al primo hanno votato per lui: se non tutti, una buona parte. Questo, almeno, è ciò che pensano i fautori del doppio turno. Tra i quali, però, non c’è nessuno dei leader del centrodestra.

Il ragionamento su cui i quattro hanno convenuto è molto diverso. Intanto, se Vannacci entrasse nella coalizione non porterebbe tutti i voti che gli sono accreditati. Perderebbe infatti una quota del suo seguito e farebbe scappare molti elettori di Forza Italia, che andrebbero dalle parti di Carlo Calenda e Matteo Renzi (sempre che il partito di Tajani riesca a reggere la coabitazione con Futuro nazionale). È sbagliato, insomma, sommare algebricamente i voti della coalizione di governo con quelli di Vannacci. Peraltro, anche se Fn entrasse nella coalizione, non smetterebbe di drenare voti da Lega e Fdi: la competizione continuerebbe e non sarebbe molto diversa dalla guerra di logoramento che Conte sta facendo a Schlein.

Un sistema col ballottaggio, soprattutto, spunterebbe l’arma con cui la premier e i suoi alleati sono convinti di poter ridimensionare Vannacci in un turno elettorale secco: l’appello al voto utile. Quanti voteranno davvero Fn, se capiranno che così contribuiranno a dare il controllo del parlamento a Pd, M5S e alleati? Non sarà un messaggio semplice da far passare. Però lo spazio politico per fare questa operazione c’è e i sondaggi indicano che non è piccolo. L’analisi dell’elettorato di Vannacci fatta dall’istituto Ipsos di Nando Pagnoncelli e pubblicata un mese fa dal Corriere della Sera mostra che più della metà di loro, il 55,4%, valuta in modo positivo il governo Meloni e il suo operato. Difficile credere che costoro, messi davanti all’alternativa tra scegliere il generale mandando la destra di governo all’opposizione e votare per il bis di un esecutivo che dichiarano di apprezzare, scelgano in massa la prima opzione.

La presidente di Fdi e i suoi alleati sono convinti, quindi, che gli svantaggi del sistema a due turni superino i vantaggi, e che la sfida con la sinistra si possa giocare meglio senza legarsi mani e piedi al militare filorusso. A maggior ragione contro un’alleanza in cui ogni giorno Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni gareggiano a chi spinge di più sul lato estremo, lasciando senza rappresentanza elettori moderati. E sempre nell’attesa di vedere cosa combinerà Alessandro Di Battista, che medita di fare il Vannacci del campo largo. Con una postilla che i presenti alla discussione in casa Meloni conoscono benissimo: ogni ragionamento vale finché i numeri di Vannacci non si discostano troppo da quelli attuali. Ma se dopo l’estate i sondaggi gli accreditassero percentuali a doppia cifra, la strategia nei suoi confronti dovrebbe necessariamente essere rivista.

Per questo nel vertice di mercoledì è stata timbrata l’intesa per presentare in Senato un emendamento unitario che introduce le preferenze, sulla falsariga di quello già bocciato alla Camera con il voto segreto. Unica differenza: dopo il capolista, il candidato successivo dovrà essere di sesso diverso. Ma se - come pare - non sarà introdotta l’alternanza di genere tra gli stessi capilista, il malcontento tra le parlamentari resterà. Se ne riparlerà in commissione al Senato a inizio settembre, quando arriveranno gli emendamenti. L’obiettivo è approvare la nuova legge elettorale a ottobre: prima dell’avvio della sessione di bilancio e in tempo per andare alle urne a metà aprile, come appare probabile.

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