L’eterna illusione di poter “adottare” alcuni grandi profili artistici e intellettuali è tipica di una parte della destra. Ma l’idea di Francesco Guccini come bardo trasversale dell’onore e della ribellione dev’essere respinta senza troppi complimenti. Idealizzare il cantautore di Pavana, indiscutibilmente pregevole dal punto di vista artistico e musicale, non è solo una leggerezza culturale, ma un cortocircuito logico.
Guccini non è mai stato “di tutti”, né ha mai fatto nulla per esserlo. Cantava con orgoglio la sua tendenza a voler essere odiato, ma è stato, è ed è sempre voluto rimanere un uomo di parte, barricato in una sinistra che lui definiva libertaria, ma di certo è rimasta radicalmente ostile al mondo della destra. Un tipo di sinistra-sinistra rappresentata alla grande oggi dal campo largo, che trova la sua compattezza solo quando incolpa il governo anche dell’afa.
CORDOGLIO
In queste ore di cordoglio, centinaia di esponenti politici e militanti di destra stanno condividendo le sue canzoni, ma speriamo non dimentichino la considerazione che Guccini aveva di loro. E della politica. Si pensi a La Locomotiva, non una favola romantica sul progresso ma il racconto romanzato dell’attentato anarchico del macchinista Pietro Rigosi (1893), un eversivo che sceglie la via del sabotaggio e del pericolo pubblico per affermare un’idea. Il succedaneo di oggi sarebbe uno scalmanato No Tav. E in un brano nostalgico e generazionale come Eskimo, Guccini fotografa con compiacimento l’uniforme d’ordinanza della gioventù di sinistra e studentesca, mettendola in aperto e ideologico contrasto con il “paletot” borghese, che all’epoca significava chiunque non fosse come loro. E chi pensa di trovare una sponda di destra nella celebre Primavera di Praga prende un granchio solenne: la sua durissima invettiva contro i carri armati sovietici nel 1968 non nasce da un’apertura al pensiero conservatore, ma da un anarchismo che rigetta il totalitarismo rosso solo per rivendicare un «socialismo dal volto umano». La sua critica a Mosca è una faida tutta interna alla sinistra, che a destra non ci guarda proprio. E del resto Guccini stesso ha sempre mantenuto la coerenza dello sdegno. Con le parole, oltre che con le canzoni, ha dileggiato e attaccato frontalmente la destra con una continuità quasi ossessiva.
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ICONA
Come si può elevare ad icona chi, candidamente, ammise di «arrabbiarsi come una bestia con la televisione» solo quando sente parlare un politico di destra? Come dimenticare che si sbracciò per storpiare Bella ciao in chiave goliardica per additare i leader del centrodestra come invasori da cacciare e inserendo riferimenti a Salvini, Berlusconi e «i fasci della Meloni»? La leader di Fratelli d’Italia reagì parlando di «istigazione all’odio». Il cantautore replicò accusandola di avere la «coda di paglia». La conferma definitiva di questa incomunicabilità endemica sta proprio nel suo rapporto con Meloni. Da sempre incarnazione di una destra meno oltranzista e aperta al confronto, oltre che grande amante del Guccini cantautore e della sua Cirano, era arrivata persino a telefonargli dopo quegli insulti per invitarlo ufficialmente ad Atreju. Risultato? Un netto e spregiativo rifiuto a partecipare finanche a un confronto civile, accompagnato dalla liquidazione barbina di tutto il suo pubblico di destra: «Gli piaccio? Della mia opera non hanno capito nulla». Per non parlare delle stoccate riservate al suo governo e alla fiamma nel simbolo di Fdi, condite dalla consueta ironia liquidatoria («Se dice che il fascismo non c’era quando è nata, allora non sia cristiana, perché Cristo era già morto»). Guccini si è sempre definito un «anarchico libertario» col cuore piantato nel vecchio Psi di Nenni e con la testa a braccetto con Elly Schlein. Ha legittimamente scelto la sua parte di campo. L’unica cosa che la destra può fare per mostrare la propria diversità è tributargli il dovuto rispetto, ma senza elevare a mito chi, per tutta la vita, non ha fatto altro che ribadire quanto l’abbia disprezzata.
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