Lo scossone c’è stato e si è sentito forte e chiaro, possibile che ne seguiranno altri di assestamento ma l’importante è che casa Lega resti in piedi. La dissoluzione del più vecchio partito presente in Parlamento è un rischio che non ha senso correre.
Umberto Bossi ce lo portò nel dicembre del 1987 in un paese ancora a trazione Dc, segretario Ciriaco De Mita. Era ancora vivo (e forte) il Pci, Bettino Craxi guidava saldamente il Psi, Giorgio Almirante il Msi, Silvio Berlusconi si occupava solo di calcio, affari e televisioni. Di quell’era politica non resta più nulla se non il partito del “Senatur”, allora unico leghista eletto a Palazzo Madama. Da qualche parte un motivo ci sarà pure se quella sgangherata storia iniziata al grido di “secessione” è l’unica sopravvissuta alle intemperie esterne ed interne.
Piaccia o no, significa che c’era sostanza, visione e perché no una passione contagiosa. L’anno prossimo saranno quarant’anni di onorata attività, una lunghezza di vita che pone la Lega al livello dei grandi partiti popolari che hanno attraversato la Repubblica. E senza entrare nel merito delle diatribe in corso che non tocca a noi giudicare, è possibile che il cuore del problema stia proprio nella questione anagrafica: il Carroccio probabilmente sta attraversando una naturale crisi legata agli anni, come è naturale che sia, non quella delle idee e dei valori che restano gli stessi della fondazione.
Un partito ha dinamiche simili a quelle degli esseri umani, il suo cuore pulsa, gli acciacchi sono all’ordine del giorno, la vita presenta alti e bassi ma vale sempre la pena di andare avanti, un rimedio lo si trova sempre. Non solo il centrodestra, direi la democrazia e il Paese hanno bisogno che la Lega si rimetta al più presto in forma, è il momento che chi ha più buon senso lo usi.