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Giorgia Meloni, Giovanni Orsina: "Nazionalismo pragmatico. Cosa fa la differenza"

di Fausto Carioti venerdì 4 settembre 2026

6' di lettura

Giovanni Orsina, storico e politologo alla Luiss di Roma, autore di libri importanti sul centrodestra e sul sistema politico italiano, l’ultimo dei quali, Controrivoluzione, dedicato alle ragioni del populismo. Il governo Meloni è il più longevo della repubblica italiana. Quattro anni fa lei ci avrebbe creduto?
«La politica italiana è quella che è, quindi non posso dire che quattro anni fa ne sarei stato certo. Però non ne sono troppo sorpreso. La coalizione di destra ha una tradizione di stabilità che si lega anche alla tendenza dei suoi elettori a convergere – là dove quelli di sinistra tendono a divergere. Per forza elettorale, Meloni era la leader indiscussa dell’alleanza, e Lega e Forza Italia non potevano tirare la corda più di tanto, perché avrebbero pagato loro per prime il prezzo di una crisi. L’unico vero rischio era che nei sondaggi Fratelli d’Italia cominciasse a calare e uno degli altri partiti della coalizione a crescere. Ma le leadership di Salvini e di Berlusconi prima e Tajani poi erano troppo deboli perché questo accadesse».
In questi anni alcune cose sono andate meglio di quanto molti osservatori potessero prevedere. Lei quali mette in cima alla lista? 
«La politica estera, senza dubbio. Meloni si è mossa bene sullo scenario atlantico fino alla rottura con Trump, e anche quella, a mio avviso, sarebbe stato difficile gestirla meglio. Si è accreditata in Europa e ha partecipato alla definizione delle politiche dell’Unione, superando i pregiudizi di molti suoi partner fino a mandare Raffaele Fitto alla vicepresidenza della Commissione. In particolare, ha contribuito a modificare le politiche migratorie europee, che per lei sono ovviamente cruciali. E, pur senza essere chissà che, il piano Mattei nei confronti dell’Africa sta funzionando, il che è tutt’altro che irrilevante per l’approvvigionamento energetico e, ancora una volta, per la gestione dei flussi migratori».
Quanto Meloni è stata agevolata dalla debolezza dei leader della sinistra? 
«Molto. Ormai la politica vive attaccata ai sondaggi. Se l’opposizione avesse recuperato terreno elettorale nel corso della legislatura, la pressione sulla coalizione di governo sarebbe montata e la vita di Meloni sarebbe stata ben più difficile. Invece non si è mosso praticamente nulla fino a Vannacci. Meloni oggi è in difficoltà a destra, non a sinistra. Un bel paradosso».
Dove, invece, il governo non è stato all’altezza delle aspettative? 
«Competitività, produttività, crescita, riforme di struttura. Il governo ha fatto molto poco per risolvere gli ormai trentennali problemi economici del Paese. È vero pure che, se sono trentennali, è perché nessuno – Berlusconi, Prodi, Monti, Draghi, Renzi, Conte – è riuscito a risolverli. Però da un governo così longevo era lecito aspettarsi di più. E l’unica riforma strutturale non economica, quella della magistratura, è finita com’è finita. Considerato come funziona l’Italia, però, potremmo anche rovesciare il ragionamento». 
In che senso? 
«Il punto non è che Meloni non ha fatto riforme malgrado sia durata tanto, ma che è durata tanto proprio perché non ha fatto riforme. Il Paese non ama esser disturbato e tende a espellere dal potere chi si agita troppo. Sull’unica riforma che ha tentato, infatti, Meloni è stata sconfitta nel referendum».

Meloni è la versione italiana del fenomeno che stiamo vedendo negli Usa con Donald Trump, in Francia con Marine Le Pen e in Germania con Afd? O è un fenomeno a sé? 
«Appartiene alla stessa famiglia politica, quella della reazione nazional-conservatrice alle astrazioni globaliste, ma ha anche caratteristiche peculiari. Diversamente da Afd o dal RN, infatti, Meloni ha un passato di governo. La sua formazione politica è avvenuta in un’Alleanza nazionale che stava abbandonando tutte le scorie neo e post-fasciste, per diventare in buona sostanza un partito di destra pragmatica e moderata. Poi, certo, dopo il 2013 Fratelli d’Italia ha partecipato al carnevale populista. Ma l’impianto di fondo è rimasto quello pragmatico delle origini e ci ha messo poco a riemergere quando il governo è tornato in vista».
Il pragmatismo non è una contraddizione del nazionalismo?
«No, perché dobbiamo tener conto di quel che è la nazione. Essere nazionalisti a Washington è ben diverso che esserlo a Roma. Lì puoi permetterti di organizzare un colpo di stato in Venezuela e far la guerra all’Iran. Se governi l’Italia, è nel tuo interesse nazionale collaborare con i Paesi alleati e partecipare costruttivamente alla vita dell’Unione europea. Il pragmatismo, insomma, per tanti versi ti è imposto proprio dal nazionalismo».
Dalla seconda repubblica nessun governo è mai stato confermato alle elezioni successive. Meloni può essere un’eccezione anche sotto questo aspetto? 
«Considerando la propensione della sinistra al suicidio politico, se non fosse emerso Vannacci, Meloni avrebbe rivinto facilmente. Vannacci le ha complicato parecchio la vita. Ciò detto, non è impossibile che sia confermata. Dobbiamo capire se Futuro Nazionale continuerà a gonfiarsi nei sondaggi, ma dobbiamo anche capire se il cosiddetto campo largo è in grado di arrivare da qualche parte. Insomma, le incertezze politiche sono ancora molte, e pure quelle istituzionali: non sappiamo né quando voteremo né con quale sistema. La situazione globale, poi, rappresenta un’incognita ulteriore. È difficilissima e pericolosissima e molto lentamente – troppo lentamente – gli italiani cominciano a rendersene conto».
In che modo può influire sul voto? 
«Conterà molto la capacità dei leader di rassicurare, mostrare responsabilità, concretezza, capacità di gestire le sfide. Su questo terreno Meloni è sperimentata, i suoi concorrenti molto meno. Questo potrebbe portare a risultati elettorali anche molto diversi da quelli che ipotizzano i sondaggi. Per lo stesso motivo, peraltro, Giuseppe Conte è per Meloni l’avversario più pericoloso: anche lui è sperimentato».
La premier si affida a una legge elettorale che recupera la filosofia del premierato e costringe la sinistra a scegliere un candidato premier. Può essere la strada giusta? 
«È la strada giusta per mettere in difficoltà la sinistra. Dopodiché, non garantisce certo a Meloni la vittoria: se la sinistra riesce a trovare un assetto può benissimo vincere. Meloni vuol evitare la sconfitta, ma ancora di più il pareggio, che potrebbe costringerla a governare insieme al Pd. Al di là dei tatticismi, però, c’è un dato cruciale: la stabilità di governo non è tutto, ma è molto, nell’attuale situazione internazionale. Con la legge vigente rischiamo di perderla, e sarebbe una catastrofe. Ben venga quindi una legge che dota il governo di una solida legittimazione elettorale».
Nel centrodestra si discute del ballottaggio, anche in funzione anti-Vannacci. Molti sostengono che sarebbe un suicidio. Ma davvero c’è il rischio che gli elettori di destra boicottino il secondo turno? 
«Secondo me, no. Non alle elezioni politiche, almeno: in un voto importante, nel quale si decide chi guida il governo, gli elettori di destra si mobiliterebbero. La destra si è sempre opposta al ballottaggio per una ragione banale: lei era unita, la sinistra era divisa, e il ballottaggio avrebbe azzerato questo vantaggio. Con Vannacci si è divisa pure la destra e questo ha riequilibrato il campo di gioco. Resta sempre un dato, però: la destra in questo Paese è sempre stata qualche punto sotto il cinquanta per cento. Se al ballottaggio tutti gli altri le si mobilitano contro, perde. Ed è facile che tutti gli altri le si mobilitino contro dopo cinque anni al governo».
Nella prossima legislatura si sceglierà il successore di Sergio Mattarella. Ignazio La Russa dice che Meloni sarebbe uno splendido presidente della repubblica... 
«Non impossibile, ma certo molto improbabile. Meloni dovrebbe vincere le elezioni con una maggioranza ampia e solida. E poi conservarla anche quando si vota per il Quirinale, uno dei momenti politicamente più complessi della vita repubblicana. Per tradizione, lassù non salgono leader di primo piano. Se nel 2029 ci andasse lei dopo essere stata, a quel punto, sette anni a Palazzo Chigi, e come leader indiscussa del primo partito, si modificherebbe radicalmente l’equilibrio della repubblica. Entreremmo in una fase di presidenzialismo di fatto. Ma il Paese è troppo fragile per accettare una soluzione così dirompente. Per questo credo che sia molto improbabile».

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