Polonio, cloropicrina, epibatidina, Novichok. Tutte specialità letali “made in Russia”, anche dopo il crollo dell’Unione Sovietica e nonostante la Cac, la Convenzione sulla proibizione dello sviluppo, la produzione, l’accumulo e l’uso delle armi chimiche e sulla loro distruzione, firmata nel 1993. Mosca, ovviamente, nega di produrre sostanze proibite. Radio Free Europe/Radio Liberty e Radio Svoboda però hanno scoperto i siti dedicati alla ricerca e alla produzione di gas tossici e veleni mortali per conto del Cremlino.
SULLA SCIA DI STALIN
Al vertice della struttura, nella città di Sergiev Posad, nei pressi della capitale, c’è Vladimir Maksimov, già a capo dell’unità militare russa 44026, il Centro di Virologia dell'Istituto di Microbiologia del Ministero della Difesa, dal 1999 al 2006 e poi funzionario del 48° Istituto Centrale di Ricerca del ministero della Difesa russo, inserito da sei anni nella lista nera degli Stati Uniti per aver ricapitolato e rimesso in piedi gli esperimenti avviati sull’isola di Vozrozhdeniya nel Mar d’Aral, nell’attuale Uzbekistan indipendente, da Stalin sulle malattie infettive degli animali, studiandone l’applicazione sugli esseri umani.
Ora, ufficialmente lo scienziato militare opera presso l’Agenzia Federale Medico-Biologica (FMBA), guidata da Veronika Skvortsova, e si dedica alla lotta contro virus febbrili emorragici esotici e letali come Ebola e Marburg. Nel 2005 affermava in un’intervista concessa al quotidiano Trud che «contrariamente a quanto a volte ci viene attribuito, non siamo impegnati a “diffondere la morte”. Il nostro compito è esattamente l’opposto: poterla combattere». Dal 2024, la supervisione della FMBA è stata trasferita direttamente dal governo russo a Putin, una mossa descritta in parlamento come la «decisione giusta» che «avrebbe aiutato a risolvere questioni di natura riservata», riferisce Rfe/Rl. Si occupano di risposte ai disastri naturali, di incidenti radioattivi, di catastrofi. Anzi, si deve proprio a loro la scoperta e la preparazione del vaccino Sputnik contro il Covid-19.
Dietro la facciata dei rimedi per sconfiggere la pandemia, in realtà, si nasconderebbe la preparazione di un conflitto fuori da ogni regola, che ha conosciuto la sua fase di massima espansione poco prima dell’invasione dell’Ucraina del 2022. In particolare sull’isola di Lisiy, all’interno della riserva naturale di Vyshnevolotskoye, nella regione del Tver a nord-ovest di Mosca, dove dal 2025 sorge il Centro di Fisiologia Sperimentale che, secondo i servizi segreti ucraini, starebbe «sperimentando virus pericolosi e altri patogeni a beneficio delle forze armate».
Come in un romanzo di spionaggio, il lato pubblico e visibile fungerebbe da copertura per operazioni segrete, come quella che ha portato all’avvelenamento da Novichok, un agente nervino, di Sergei e Yulia Skripal nel 2018 a Salisbury, nel Regno Unito. Nel periodo sovietico, secondo Milton Leitenberg, ricercatore presso il Center for International and Security Studies della School of Public Policy dell’Università del Maryland, posizionare il laboratorio su una parte isolata di terreno al centro di un bacino circondato dall’acqua su tutti i lati era una misura di sicurezza — una misura ulteriore di protezione per i residenti locali nel caso in cui un patogeno pericoloso sfuggisse.
LE CAVIE UMANE
In un’indagine del 2020 su una versione aggiornata di Novichok, Systema, l’unità di giornalismo investigativo di Rfe/Rl, aveva scoperto che un istituto di ricerca nella regione di Leningrado, supervisionato dalla FMBA, stava producendo diversi integratori biologici sviluppati da un centro scientifico chiamato Signal. E in seguito era stato accertato che Signal aveva lavorato con l’epibatidina, veleno derivato da una rana ecuadoriana che si sospetta sia stato usato per avvelenare il dissidente politico Sergei Navalny nella prigione artica dove è morto improvvisamente nel febbraio 2024. Per avvertire nemici interni ed esterni.