«Il suo nome circolava da un po’...». Non è sorpreso Stefano Zecchi, filosofo, scrittore, ex assessore alla Cultura del Comune di Milano, per la discesa in campo di Mario Calabresi. Del resto era questione di tempo; serviva solo capire quando sarebbe arrivato l’annuncio. Certo, la gelida accoglienza riservata dai vertici del Pd - Elly Schlein in testa - al figlio del commissario Luigi Calabresi, ucciso nel 1972 da un commando di Lotta Continua, lascia pensare...
Professor Zecchi, come valuta la decisione di Mario Calabresi di candidarsi alle primarie del centrosinistra a Milano?
«Da un punto di vista estetico io credo molto nella sindrome di Stoccolma: così mi spiego la scelta di Calabresi. Ha rinnegato quella base umana e culturale che, a suo tempo, aveva difeso suo padre. Tutto sommato, non mi stupisce».
Se dovesse vincere le primarie, e poi le elezioni comunali, avrebbe difficoltà a governare con il centrosinistra per come è composto oggi?
«Dipende come si schiereranno le diverse anime della coalizione in queste primarie. Se sarà una consultazione vera, molto conflittuale, un ricongiungimento totale sarà difficile. Se invece dovesse essere solo una passerella per incoronare Calabresi candidato sindaco, allora il clima sarà ovviamente diverso. Certo, io non sono convinto al 100% che sarà lui il prescelto. Come si suol dire, credo che se la sia un po’ “cantata e suonata da solo” sulla base di suggestioni personali e di chi gli è vicino. Non è per nulla detto che ai gazebo prevalga il suo nome».
Nel caso di uno scontro molto acceso durante le primarie, pensa che la sinistra possa dividersi e presentarsi con due candidati alle comunali?
«In genere, se la sinistra si divide perde. Anche per questo, è rarissimo che accada. Sono sicuro che troveranno una mediazione. Chi vincerà le primarie sarà il candidato unico. Conosco bene come si articola l’amministrazione comunale: se dovesse vincere Calabresi, il rischio è che sia solo un sindaco di facciata. Poi il reale potere legato al bilancio, all’urbanistica, ai lavori pubblici, alle partecipate sarebbe nelle mani dei partiti. La macchina comunale è molto complessa; spesso il sindaco neanche segue fino in fondo ciò che accade. Si è visto con il pasticcio sull’urbanistica, nella trattativa su San Siro...».
Nella sinistra di oggi trovano ancora spazio frange estreme, che figure come quella del commissario Luigi Calabresi non l’hanno mai digerita?
«Certo. In una democrazia è essenziale che ci sia una componente che rappresenta la contestazione più radicale. È il senso stesso della democrazia a produrre queste frange di opposizione al sistema democratico. A loro poco importa quale sia la realtà storica. Il problema, a mio parere, è capire quanto queste frange riescono a incidere nell’opinione pubblica e nella cultura. Una loro affermazione anche all’interno dell’élite delle città sarebbe un segnale molto preoccupante».
Che spazio hanno queste realtà radicali all’interno del campo largo milanese?
«Per quello che so io, non ne hanno molto. Milano ha sempre avuto una tradizione riformista e i suoi sindaci migliori hanno avuto questo approccio a livello amministrativo. Penso ai primi sindaci fino ad arrivare a Gabriele Albertini e Letizia Moratti: hanno incarnato questa visione liberale, capace di integrare e non di dividere. Ritengo che a Milano questa visione riformista sia ancora maggioranza; il problema è capire chi la rappresenterà. Questa città vive per lo sviluppo e va avanti in modo autonomo. L’amministrazione può rendere più difficoltoso il percorso, oppure indicare la direzione giusta».
Cosa serve alla città?
«Serve una persona, un’amministrazione, che abbia la lungimiranza di ricostruire il tessuto cittadino e sia all’altezza della sua tradizione. Il problema di Milano è che la sua amministrazione crede ancora di vivere ai giorni di Expo. Non è un caso che sia in grande difficoltà nel gestire la crisi abitativa, che non sappia come abbassare il costo della vita, che la Milano che ha creato sia sempre più escludente verso giovani e anziani. La città deve ritrovare quello che viene definito “spirito ambrosiano”: uno spirito in cui si integrano naturalmente le diverse categorie sociali e in cui non trova spazio la crudele divisione tra l’alto e il basso. Questo è lo spirito che ha fatto grande Milano e che io ho conosciuto tramite i sindaci del passato».
Secondo lei, quale sarebbe il profilo giusto per il centrodestra?
«Io sono convinto che bisognerebbe puntare su un politico. Il candidato civico dovrebbe sempre essere una scelta secondaria. C’è un problema di base nel dibattito odierno: non si tiene conto - o se ne tiene conto troppo poco - dell’opinione dei consiglieri comunali. Loro, meglio di chiunque altro, hanno il polso della situazione e conoscono l’opinione dei cittadini. Le porto un esempio: a Venezia il centrodestra ha scelto Simone Venturini, un ragazzo giovane, con 10 anni di esperienza in Comune alle spalle, che conosceva perfettamente i problemi della città. Non a caso ha stravinto le elezioni».