Una vita con la sigaretta a portata di mano (in borsa era facile trovargliene una stecca): non se ne è separata nemmeno dopo il tumore, ai congressi radicali, quando ancora quel mondo lì stava in piedi sulle sue gambe, la trovavi sul cortile, vicino al posacenere, minuta, indaffaratissima, con una borsa che dava l’impressione di pesare più di lei e qualcuno che, irrimediabilmente, la stava chiamando. Emma Bonino la pasionaria dei diritti. Emma Bonino la militante delle battaglie internazionali.
Emma Bonino con la cuffia africana dopo il cancro, con gli occhiali dalla montatura invisibile, con le rughe di un’esistenza di cui si è detto tutto perché il-persona(ma -il -privale -è -politico to-non-è-pubblico, aggiungeva lei). Se ne è andata l’ultima radicale (che però Marco Pannella aveva smesso di considerare tale già da prima).
Difficile, per chi non ne è stato addentro a quell’universo camusianamente straniero, capire il groviglio intricato del mondo pannelliano che fu: costantemente ai margini del potere ma capace di scompaginarlo. Lei, Bonino, “Emma” per tutti, a Torre Argentina anche l’ultimo degli arrivati la chiamava per nome, la «zia d’Italia» (autodefinizione) che la si amava o la si odiava, testarda come tutti i piemontesi, capace di uno spessore politico e, a ben vedere, mai partitico (delle questioni di partito non se ne è occupata se non quando, nel 1993, è stata eletta segretario del transnazionale, a giudicare dallo slancio con cui l’aveva presa pure controvoglia). Il volto istituzionale di un movimento che di istituzionale aveva quasi niente (e probabilmente è per questo che l’ultimo, definitivo, litigio con Pannella è rimasto una rottura insanabile).
Braidese, con quella cadenza nella voce abituata al lato pratico e una laurea in Letteratura moderna (a Milano), i modi magari a tratti bruschi ma brutalmente sinceri. Radicale un po’ per caso, almeno all’inizio, per la campagna sull’aborto degli anni Settanta di cui è diventata il volto, contestata, contestatissima, per l’autodenuncia di aborti praticati in prima persona e con quel che capitava: radicale però restata fino a quando non è crollata ogni cosa (ammesso di essere disposti a riconoscere che è andata così).
L’ALTER EGO
Lui, un pazzo visionario campione di libertà, Pannella, morto nel 2016. Lei, il suo alter-ego femminile, che la libertà-bisogna-coltivarla-altrimenti-svanisce (parole sue), forse meno profetica ma caparbia e spigolosa e rigorosa nella stessa identica maniera, Bonino, deceduta nel 2026. Dieci anni fa sembrava naturale un passaggio di testimone, non c’è stato, al primo congresso (a Rebibbia, qualche mese dopo i funerali laici di Pannella) Bonino non si è nemmeno presentata.
Ha scelto, invece, di iniziare un suo corso personale con Più Europa (che all’inizio si chiamava “Più Europa con Emma Bonino”, il nome era anche nel simbolo) che sta facendo la fine che sta facendo in questi giorni (divisioni di divisioni e minacce di tribunali e avvocati) e magari non è un caso. Emma Bonino ministro degli Esteri che riporta a casa il giornalista Domenico Quirico dopo 152 giorni di prigionia in Siria. Emma Bonino ancora a capo della Farnesina che va in visita ufficiale in Iran con addosso il velo (lei che non lesinava sulle bestemmie).
Emma Bonino commissaria europea, vicepresidente del Senato, con lo sguardo sempre al-di-là-di-Chiasso, sette lingue parlate e l’impegno in prima linea contro le mutilazioni genitali femminili e la moratoria sulla pena di morte (la sua creazione, Non c’è pace senza giustizia; il suo capolavoro, la Corte penale internazionale). Emma Bonino oramai anziana, a casa sua, a Trastevere, in sedia a rotelle, che accoglie sul terrazzo papa Francesco, anche lui in carrozzina.
Dietro le sue tradizionali lotte c’è stato sempre Pannella, che s’è inventato Radio Radicale (quando Bonino era parlamentare), che ha ideato la campagna “Emma for president” nel 1999 per lanciarla al Quirinale (con uno slogan che oggi farebbe inorridire i finti rinnegatori del woke: «Finalmente l’uomo giusto»), che nell’ultimo scampolo l’ha accusata di essere entrata fin troppo in quel «jet-set» in cui, a conti fatti, l’aveva spinta lui. Aveva 78 anni, al netto di possibili incomprensioni o disaccordi, questo Paese le deve tanto. Le deve quell’amore per la libertà e quella politica pulita, disinteressata, che in Italia se n’è sempre vista troppo poco.