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Il silenzio reticente sulle mutilazioni genitali femminili

In Italia sono presenti circa 88.500 donne che hanno subito le mutilazioni genitali femminili
di Annalisa Terranova lunedì 14 settembre 2026

3' di lettura

«Ma dov’è che c’è il patriarcato e noi non lo vediamo? È ovvio: è nelle enclave arcaiche, spesso islamiche, delle nostre società occidentali». Così si esprimeva Luca Ricolfi nel libro “Quel che resta del femminismo” avvertendo, con pubblicazione del relativo grafico, che una donna straniera appartenente alle comunità islamiche rischia 4 volte di più delle italiane per reati come lo stupro di gruppo, 8 volte di più per lo sfregio del viso, 5 volte di più per il femminicidio e 15 volte di più per costrizione al matrimonio.

Italia Oggi ha pubblicato un’analisi relativa alle mutilazioni genitali femminili e al silenzio indifferente rispetto a questa pratica barbarica giustificato con la scusa del rispetto delle culture altre. Secondo uno studio condotto dall’Università di Milano-Bicocca e Università di Bologna, in Italia sono presenti circa 88.500 donne che hanno subito le mutilazioni genitali femminili. Un aumento del 1% rispetto alle stime pubblicate nel 2019.

Ci si volta dall’altra parte. Quando leggiamo spesso sui social «dove sono le femministe?» la risposta più esaustiva che ci viene in mente è quella di Pascal Bruckner nel suo libro “Un colpevole quasi perfetto”. Il fatto è – dice Bruckner – che il femminismo “di progresso” è diventato un femminismo “di processo” che colpevolizza tutti i maschi occidentali. I maschi islamici invece sono perdonati a prescindere per scansare l’accusa di islamofobia e intrattenersi nel campo ambiguo della difesa del multiculturalismo.

LE GEMELLE IRANIANE

Prendiamo la mostra del cinema di Venezia: tutti abbiamo letto del film Naza, che documenta il massacro dei civili a Gaza. Eppure c’è stato un altro film importante, sulla condizione delle donne iraniane, passato abbastanza sotto silenzio. Non degno dunque, al di là della qualità artistica, di assurgere a “evento”. Si intitola Moragheb (Falling House) del regista iraniano Mohsen Gharaie. «L’Iran di oggi come una casa in demolizione – ha scritto Avvenire - le cui fondamenta stanno cedendo sotto il peso della mancanza di libertà e della spinta delle nuove generazioni, soprattutto delle donne».

Donne come le gemelle Taraneh e Romina Rahimi, la prima rischia l’impiccagione e la seconda 25 anni di carcere, colpevoli di avere partecipato alle proteste di gennaio represse sanguinosamente dal regime iraniano. L’agenzia Onu per le donne – notava Giulio Meotti sul Foglio – ha trovato il tempo di fare gli auguri a Beyoncé e Zendaya ma non di indire mobilitazioni per le gemelle Rahimi. Siamo rassegnati, così come la sinistra è rassegnata al palestinismo antioccidentale, al punto che la segretaria Elly Schlein ha dichiarato che la prima cosa che farà da premier sarà il riconoscimento dello Stato di Palestina mentre tempo addietro aveva detto che se ci fosse il Pd al governo Trump non sarebbe considerato un alleato.

ATTRICE AGGREDITA

C’è stata due giorni fa l’aggressione all’attrice bengalese Azmeri Haque Badhon mentre passeggiava in un parco a Mestre con la sua famiglia. Badhon è nel cast di un film presentato a Venezia – “La sposa reticente” – e alla base dell’aggressione ci sarebbe, secondo la ricostruzione, la sua posizione nei confronti della rivolta di luglio-agosto 2024 in Bangladesh, la mobilitazione che portò alla caduta della premier Sheikh Hasina. Parliamo di Mestre, dove i bengalesi reclamano a gran voce una moschea e dove l’imam parla delle donne come uno dei “vizi” che sta portando l’Occidente alla distruzione. Anche questo caso, l’aggressione a un’attrice a Venezia con un film scomodo, è passato quasi inosservato. E anche questo è sintomo di un’agenda mediatica che vuole sottacere i rischi di una “sottomissione” sempre più concreti.

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