Addio al bollo auto. Una piroetta, un guizzo, un colpo di reni, una serpentina in mezzo agli avversari per andare in porta. Chiamatelo come volete, ma il colpo di Giorgia Meloni per uscire dal pantano del caro benzina non è roba che si vede tutti i giorni. Manco Mario Draghi c’era riuscito. Inchiodato agli aiutini per mesi, l’ex numero uno di Bankitalia è riuscito a liberarsi dall’angolo solo con la fine del mandato, dopo circa sette miliardi dei contribuenti lasciati alla pompa. Proprio lui che da economista sapeva meglio di tutti quanto fossero inefficaci e controproducenti gli sconti sui carburanti. Interventi regressivi, che aiutano chi non ha bisogno, che spingono i consumi e alimentano la crisi e, cosa più importante, che restano sostanzialmente impalpabili. Con il diesel a 2,2 euro al litro chi è che ringrazia il governo per 17 centesimi quando va a fare il pieno?
Non che le alternative fossero più appetibili. Da settimane si parla di aiuti mirati, di sostegni in base al reddito, di bonus benzina. Soluzioni complicate, irrealizzabili e, come sempre in Italia, soggette a qualsiasi tipo di truffa. E allora, ecco l’idea. Dare corpo ad un cavallo di battaglia del centrodestra, una vecchia trovata, geniale, a cui Silvio Berlusconi non riuscì a dare concretezza: abolire una delle tasse più odiate dagli italiani. Gli sconti su diesel e benzina proseguono, ma si assottigliano. E dal 2027 via il balzello sul possesso di circa 15 milioni di veicoli di media e bassa cilindrata (il 70% del totale) più tutti i motocicli. Costo stimato, 2,3 miliardi. Praticamente quanto speso finora per gli sconti sui carburanti dall’inizio dell’impennata dei prezzi.
La differenza tra i due interventi è però abissale. L’abolizione del bollo aiuta chi si sposta su quattro o due ruote in maniera concreta, e ben visibile. Il che non solo consente al governo di sottrarsi alla raffica quotidiana di critiche sull’incapacità di affrontare la crisi energetica. Ma segna anche uno spartiacque netto tra i due schieramenti che di qui a massimo un anno dovranno confrontarsi alle urne. Da una parte, come ha detto Giorgia Meloni, «c’è chi pensa alla patrimoniale, dall’altra chi taglia le tasse sulla proprietà». L’affermazione è tutt’altro che peregrina, perché il balzello sul possesso di un veicolo è una delle tante tasse patrimoniali già esistenti in Italia che tolgono dalle tasche dei contribuenti, a partire dalle imposte sulla casa, oltre 50 miliardi l’anno.
Qualcuno ha già accusato il governo di aver varato una misura elettorale, con gli occhi rivolti al voto. È vero, l’intervento oltre che a risolvere un problema reale è volto anche agli elettori. Ma qui non siamo di fronte ad una promessa in stile Achille Lauro, con le sue scarpe a rate. Qui si tratta di un antipasto per far capire come sarà il menù dei prossimi anni. Di un passo avanti su un percorso iniziato per il centrodestra dal 1994 e per il governo Meloni dal 2022. Di un segnale a un popolo conservatore e moderato che avrebbe forse voluto più determinazione sulla sforbiciate delle tasse, che non si è accontentato dei circa 30 miliardi di alleggerimenti tributari operati negli ultimi anni, della riduzione e abbassamento delle aliquote Irpef (anche qui battaglia storica del centrodestra), del taglio netto di circa 7 punti del cuneo fiscale (rispetto ai 5, solo due per i lavoratori, per cui Romano Prodi viene ancora ricordato). L’abolizione del bollo traccia la rotta della prossima finanziaria e della prossima legislatura, dove arriveranno altre sorprese. E segna una linea che non è solo un programma, ma una scelta di campo.