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Intuizioni, sfide e sconfitte del leader Pino Rauti

Anche se nell'eterna disfida missina non mi sono mai schierato con lui, il fascino di quell'uomo non poteva lasciarti insensibile
di Francesco Storace domenica 20 settembre 2026

3' di lettura

Anche se nell’eterna disfida missina non sei mai stato schierato con Rauti, il fascino di quel leader non poteva lasciarti insensibile. E soprattutto ora - a cent’anni dalla nascita - rivivono intuizioni troppo a lungo trascurate. Quel carisma non ebbe fortuna elettorale, ma fece cultura a destra. Creò sensibilità nuove, spense antichi pregiudizi. Anticipò tendenze.


La sua militanza culturale e politica gli fece scontare sofferenze per colpe inesistenti. E il Msi gli fu vicino negli anni più dolorosi, quelli del carcere e della persecuzione giudiziaria. La strage - di verità fu ordita per troppo tempo contro di lui. Certo, non digerì la svolta di Fiuggi, rifiutò il nuovo partito proprio durante il congresso che sanciva la fondazione di Alleanza Nazionale, e se ne andò lo stesso giorno con una scissione che non raccolse molti consensi ma che gli conferì ulteriore rispetto: in fondo, preferì la vita scomoda ad una politica che gli avrebbe garantito un seggio a vita.


Ma Pino Rauti fu così: un esempio che voleva rappresentare anche con l’umiltà che solo i grandi leader sanno offrire. Nella buona e nella cattiva sorte. In mezzo, Ordine Nuovo fino all’abbraccio col Msi e poi la scissione. E anche una breve stagione alla guida del partito. Si dimise da segretario per un brutto risultato in Sicilia: oggi ci si imbullona alle poltrone, altro che voto popolare. Nel Msi, chi ci militò ricorda ancora oggi le contrapposizioni prima con Almirante e poi con Fini. Ma fu lo stesso partito che non gli fece mai mancare la solidarietà per l’odiosa persecuzione giudiziaria che lo vide vittima, persino in carcere. La sfida era la sua cifra esistenziale. A 17 anni si arruolò come volontario nella Repubblica sociale italiana. Nel 1954 diede vita al Centro studi Ordine Nuovo, ispirato in particolare al pensiero di Julius Evola: una corrente intransigente - ricordano le cronache politiche “sociale” e identitaria, che nel 1956 si staccò dal Msi per poi rientrarvi nel 1969.


Per Rauti - e su questo affascinava soprattutto i giovani che lo ascoltavano ed è anche il messaggio con cui ha educato sua figlia Isabella, oggi al governo con FdI - la memoria era radice del pensiero; e la politica andava vissuta come visione e non solo per gestione dell’esistente. La destra? Amava definirla nazional-popolare o nazional-rivoluzionaria piuttosto che meramente conservatrice.
E questo - nel centenario - è stato il suo vissuto, coerente fino all’ultimo respiro. Un leader che ancora oggi evoca passioni e rispetto.

Non in tutti però, perché c’è chi ancora cerca sciacallaggio da ultimare scartabellando le traversie giudiziarie, persino sulle stragi: ma finì sempre assolto, in mezzo a tante e troppe sofferenze sue e dei suoi cari, a cominciare dalla moglie Brunella, che lo accompagnò per tutta la vita, e le sue figlie Alessandra e la stessa Isabella. Un ricordo onesto e non di parte oggi lo dovrebbe indicare come militante e intellettuale di una destra radicale italiana, formatosi nella guerra e nella sconfitta, che ha attraversato settant’anni di vita pubblica, ha scritto, ha combattuto battaglie interne al proprio campo e ha lasciato un’eredità che ancora oggi resta viva in quanti lo hanno seguito.

Ancora più chiaro l’approccio al suo ricordo da parte di Isabella Rauti: «Raccontare e ricostruire la sua lungimiranza culturale e politica e la sua capacità di anticipare i tempi, i fenomeni e le criticità, guidato sempre dalla convinzione che la politica fosse visione del futuro e servizio alla comunità nazionale». Ritrovarne, di leader di quello stampo.

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