Dopo anni trascorsi a discutere di alleanze, perimetri, veti, primarie, federatori, terze figure, quarte gambe e cespugli centristi, il centrosinistra scopre che l’unica cosa davvero chiara è la più imbarazzante: se i suoi elettori fossero chiamati a scegliere il candidato premier, Giuseppe Conte batterebbe nettamente Elly Schlein.
Il sondaggio Ipsos illustrato da Nando Pagnoncelli fotografa una coalizione ancora virtuale ma già attraversata da una lotta per il potere molto concreta. Tra coloro che dichiarano che parteciperebbero alle primarie, Conte raccoglierebbe il 38%, Schlein appena il 22. Un fantomatico terzo candidato arriverebbe al 20%, mentre il 16 resterebbe indeciso e il 4 voterebbe scheda bianca o nulla. Già questo dovrebbe bastare a convocare d’urgenza la direzione dem. Ma il ballottaggio rende la scena ancora più cruenta: l’ex premier otterrebbe il 43% dell’intero campione contro il 30 di Elly. Tradotto in voti validi, sarebbe un sonoro 59 a 41. Non una sconfitta di misura, bensì una liquidazione politica.
Il dato più grave per la segretaria non è neppure il vantaggio del capo dei Cinque Stelle. È ciò che accade dentro il suo partito. Al primo turno soltanto il 49% degli elettori del Pd sceglierebbe la donna che si veste con l’aiuto dell’armocromista. Uno su cinque voterebbe Conte, il 15% preferirebbe un altro candidato e il resto si rifugerebbe nell’indecisione o nella scheda bianca. Insomma, la segretaria democratica non riesce a compattare neppure la metà dei propri elettori. Pretende di guidare il Campo largo, ma deve ancora conquistare il cortile di casa.
Da mesi i dirigenti dem spiegano che il programma dovrà venire prima dei nomi. È una frase molto elegante per evitare di pronunciare il nome che li spaventa: Giuseppe Conte. Perché, se davvero si celebrassero primarie aperte, l’ex premier partirebbe favorito grazie a una macchina elettorale semplice e disciplinata: il 78% dei pentastellati sarebbe pronto a sostenerlo, così come il 54% degli elettori di Avs e circa un quinto degli stessi democratici. Conte, dunque, non avrebbe bisogno di conquistare il Pd. Gli basterebbe dividerlo. M5S, che alle elezioni nazionali pesa meno del Pd, potrebbe così conquistare per via plebiscitaria la guida dell’intera opposizione. Sarebbe una specie di Opa ostile pagata con i gazebo del Nazareno: i dem organizzerebbero le urne, mobiliterebbero volontari e circoli, offrirebbero la propria infrastruttura e alla fine consegnerebbero le chiavi della coalizione all’avvocato di Volturara Appula. Giuseppi ha dalla sua una posizione molto più riconoscibile, soprattutto sull’Ucraina.
Può intercettare l’elettorato pacifista, quello ostile all’invio di armi e quello che considera la politica estera una variante dei cortei del sabato pomeriggio. Schlein, invece, tenta di tenere insieme il sostegno a Kiev, le piazze di Avs, i malumori del Pd e le ambiguità grilline. Il risultato è una linea talmente sfumata da diventare invisibile. I numeri mostrano la frattura. Il 36% degli elettori progressisti vorrebbe continuare il sostegno militare all’Ucraina, il 38 interromperebbe l’invio di armi per affidarsi alla diplomazia. Tra i pentastellati la sospensione sale al 51%; tra i centristi, al contrario, il 52 vuole proseguire le forniture. Anche il Pd è diviso: il 44% sostiene gli aiuti militari, il 33 li contesta. Prima ancora di trovare un leader, dunque, il Campo largo dovrebbe decidere da quale parte stare. Operazione piuttosto complicata per una coalizione che aspira a governare insieme facendo finta di non essere in disaccordo su guerra, difesa europea, energia nucleare e politica economica.
Poi c’è Silvia Salis. La sindaca di Genova continua a ripetere che non parteciperà alle primarie, ma intanto viene regolarmente misurata, corteggiata, evocata e presentata come possibile salvatrice della patria progressista. Con un indice di gradimento pari a 56, Salis supera Conte, fermo a 55, e Schlein, a 51. Piace soprattutto agli elettori del Pd, di Avs e dell’area centrista; convince meno i grillini. Il Campo largo doveva essere l’arma con cui assediare Giorgia Meloni. Per ora somiglia piuttosto a una lunga riunione di condominio nella quale tutti discutono dell’amministratore, nessuno approva il bilancio e Conte ha già messo il proprio nome sul citofono.