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Ora il ritorno alle urne è più vicino

di Fausto Carioti giovedì 24 settembre 2026

3' di lettura

I segnali di una fine accelerata della legislatura si moltiplicano. Giorgia Meloni, nella sua intervista a Bruno Vespa, martedì ha indicato il primo bivio: se la Camera dovesse bocciare il testo della legge elettorale, lei ne «prenderà atto» andando a casa con i suoi ministri. La conseguenza naturale sarebbe il voto a febbraio o marzo, ovvero una iattura per i parlamentari neoeletti, i quali per veder maturare i contributi versati in questi anni hanno bisogno che la prima riunione del prossimo parlamento si tenga dopo la metà di aprile. Ma anche se a Montecitorio tutto filasse liscio e la legge elettorale fosse approvata tra due settimane, come è in programma, la via che porta alle urne sarebbe spalancata.

I provvedimenti importanti rimasti sull’agenda del governo sono pochissimi. La legge delega sul «nuovo nucleare» era uno di questi, ed è stata approvata ieri in via definitiva. «Un altro impegno che abbiamo mantenuto», ha commentato la premier. Restano gli sgravi fiscali.

Sempre ieri il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha confermato «l’impegno politico di rivedere l’aliquota Irpef del 43%», estendendo quella del 33% ai redditi tra i 50mila e i 60mila euro, e «la volontà del governo di rendere strutturale l’eliminazione del bollo auto». Interventi da inserire nella manovra che sarà approvata entro la fine dell’anno. Chiusa questa pratica fondamentale, per Palazzo Chigi la missione del governo potrebbe dirsi conclusa. Pure nel caso (improbabile) in cui il governo cadesse sulla legge elettorale, la stesura della Finanziaria sarà compito del governo Meloni.

Sergio Mattarella, a quanto si apprende, non prevede governicchi tecnici o elettorali: non ci sarebbero né la base parlamentare né i presupposti politici. Se i leader della maggioranza si presentassero da lui per dirgli, compatti, che vogliono andare a votare prima del settembre del 2027, quando scade la legislatura, e che non sono disposti a sostenere altri esecutivi, il capo dello Stato ne trarrebbe l’unica conseguenza possibile: sciogliere le Camere e avviare l’iter che prevede l’apertura dei seggi entro 70 giorni a partire da quel momento, e la prima riunione delle nuove Camere nei 20 giorni successivi alle elezioni.

Andare al voto in anticipo, a metà aprile, con la questione del diritto al vitalizio dei parlamentari risolta, è la strada individuata da tempo da Meloni, anche se meno gradita ad Antonio Tajani e a Matteo Salvini. La Lega, in particolare, vuole presentarsi agli elettori avendo approvato le intese con le Regioni per l’autonomia regionale: operazione per cui, secondo Roberto Calderoli, servirà ancora un anno. Anticipare le elezioni darebbe comunque al centrodestra il vantaggio di cogliere impreparati i partiti del campo largo, privi di un programma e di un candidato premier, e in alto mare anche sul metodo per scegliere quest’ultimo.

C’è un’altra variabile, però, che la maggioranza sta valutando: Roberto Vannacci. L’ultimo sondaggio dell’istituto di Antonio Noto per Porta a porta ha fotografato il primo calo di Futuro nazionale, che ha perso un punto percentuale netto, scendendo al 7%. Contemporaneamente sono saliti Fdi e Lega. Nel partito della premier sono convinti che sia il primo effetto della decisione di ricominciare a insistere sui temi dell’immigrazione e della sicurezza.

Confortati da quel sondaggio, gli stessi esponenti di Fdi ora ragionano sulla possibilità che Vannacci abbia toccato il massimo del consenso possibile e si chiedono se non sia meglio, per andare a votare, aspettare che la “bolla” del generale si sgonfi. Ammesso che lo faccia, ovviamente. Un’indicazione importante verrà da Reggio Calabria, dove domenica e lunedì si votano le elezioni suppletive per un seggio della Camera e Fn presenta il suo Domenico Giannetta (un ex forzista) contro il candidato del centrodestra. Si capirà quanto Vannacci può far male alla maggioranza, e anche in base a questo risultato Meloni sceglierà quale strada prendere. Perché non ci sono dubbi che alla fine la decisione sarà sua.

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