In un dibattito pubblico, Stefano Bonaccini ha delineato quello che i commentatori di parte hanno subito definito uno scenario da incubo. Vivreste voi, si è chiesto retoricamente il presidente del Partito democratico, in un Paese con Giorgia Meloni presidente della Repubblica e Roberto Vannacci premier? Ora, a parte l’implausibilità che Vannacci, che non è attualmente nemmeno nell’alleanza di centrodestra, possa varcare un giorno la soglia di Palazzo Chigi, l’affermazione di Bonaccini, che è stata formulata anche da altri esponenti di sinistra, delinea una strategia retorica che potrebbe diventare dominante in campagna elettorale.
È la strategia della paura, che riscrive e amplia quella classica dell’“emergenza democratica”. Essa è la logica conseguenza della mostrificazione e della delegittimazione morale degli avversari politici, che è in qualche modo nel Dna della sinistra. Essa porta a prefigurare una sorta di Armageddon finale in cui, se non si prende coscienza e ci si mobilita subito, le forze del Male potrebbero avere definitivamente la meglio su quelle del Bene.
Che d’altronde, Bonaccini sia convinto di combattere una battaglia politica non per affermare legittimamente le proposte della propria parte politica (ammesso e non concesso che ci fossero) ma per sconfiggere il Male, lo ha dimostrato qualche settimana fa quando ha definito gli elettori del centrodestra incolti, ignoranti, senza studi. L’elemento che però risalta di più, nella scelta di questa strategia, è il fatto che proprio la sinistra ha più volte accusato i rappresentanti delle forze politiche da loro definite “populiste” di essere “imprenditori della paura”, ovvero cinici lucratori delle insicurezze dei cittadini. Le quali non avrebbero dignità di essere rappresentate perché frutto di “percezione” e di indotta persuasione (sic!). A Bonaccini e ai tanti che la pensano come lui, bisognerebbe far notare che il fatto che un esponente del centrodestra possa aspirare al Quirinale è nella logica delle cose in un sistema democratico, ove tutte le forze che si riconoscono nella Costituzione hanno lo stesso peso nell’agone sociale e politico. A sinistra ci si sente invece, senza spesso averne le credenziali, gli unici depositari dei valori della Costituzione e gli unici con le carte in regola per poter accedere alle più alte cariche dello Stato.
Come si può ben capire, è proprio questo atteggiamento in contrasto con lo spirito democratico e costituzionale. Ed è un atteggiamento che contrasta con la realtà dei fatti, la quale, ad un osservatore non prevenuto, dice che chi oggi ha un deficit democratico in Italia è sicuramente la sinistra, ancora incapace di muoversi in un sistema di alternanza al potere e di ricambio delle classi dirigenti. Che la strategia della paura non porti lontano, essendo facilmente smascherabile dai cittadini, sta a dimostrarlo la stessa vicenda politica degli ultimi anni. Essa fu ampiamente utilizzata nel corso della campagna elettorale del 2022, senza successo ma soprattutto con un riscontro pratico che l’ha ampiamente sconfessata. Secondo i rappresentanti, anche più eminenti, della sinistra, il governo Meloni non sarebbe durato perché in pochi mesi si sarebbe realizzata una catastrofe economica e sociale senza precedenti: l’Italia sarebbe crollata sotto l’assalto dei mercati, a livello internazionale saremmo stati isolati, non avremmo più partecipato ai tavoli internazionali che contano, disoccupazione e povertà si sarebbero presto diffuse fra la popolazione. Le cose, come si sa, non sono andate propriamente in questo modo, anzi possiamo dire all’esatto opposto. E già solo questo dovrebbe ora consigliare prudenza. Il fatto che si insista su questa china, è un’ulteriore dimostrazione dell’inconsistenza ontologica, diciamo così, di questa sinistra.