Da tempo Maurizio Landini non è più solo il segretario nazionale della Cgil, ma a tutti gli effetti è anche uno dei leader del “campo largo”. Anzi, per quel che si è visto e soprattutto sentito ieri, è il principale candidato al ruolo di “federatore”. Il suo comizio è stata una vera e propria chiamata alle armi in vista delle Politiche del prossimo anno. Le sue parole sembrano studiate per saldare tutti i movimentismi di tendenza: dagli studenti ai pro-pal, con strizzata d’occhio a lavoratori dipendenti e pensionati (gli unici che ormai si iscrivono al sindacato rosso). E così il piatto forte di giornata, lo sciopero generale convocato per il 20 novembre («E come mai di venerdì?», il commento sarcastico di Matteo Salvini), quasi passa in secondo piano.
Sì, perché ieri Maurizio Landini, con gli «oltre 100mila presenti in piazza» (dati Cgil) ha dato una dimostrazione di forza a Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni, tutti schierati sotto il palco e ha lanciato la sua candidatura a Palazzo Chigi. Nessuno a sinistra è in grado di movimentare la piazza come il sindacato rosso. E la scelta del 20 novembre dimostra anche una certa scaltrezza tattica: proprio quel giorno, infatti, cade lo sciopero internazionale degli studenti. Un altro modo per “saldare” due mondi e prendersene il merito.
Il comizio di Landini, poi, è stato un vero e proprio alternarsi di attacchi al governo e di annunci programmatici di come dovrebbe essere il prossimo (magari suo) esecutivo. E non sono mancate nemmeno le critiche alla sinistra di governo: «In questi anni sul lavoro sono state fatte delle leggi del cavolo. E a farle non è stata solo la destra, ma anche la sinistra». Poi lancia il suo programma.
A partire dall’intramontabile (a sinistra) patrimoniale: un contributo di solidarietà dell’1% per tutti i capitali sopra i due milioni di euro. «Significherebbe avere a disposizione 25 miliardi per welafre e sanità». Attacca il fiscal drag, che il governo deve eliminare. Spiega che «la casa è un diritto che deve essere garantito non ai palazzinari, ma a qualsiasi persona normale che vive e che fa il suo dovere». Sulle morti sul lavoro dice che la colpa «è del modello di fare impresa che uccide, fatto di appalti, di subappalti, di lavoro nero e di precarietà». E per questo «il lavoro deve tornare ad essere un diritto e non si può essere poveri lavorando».
Altro passaggio interessante è quello sulle spese per la difesa che non unisce tutto il campo largo. Landini è netto: «I 14 miliardi per le armi non vanno spesi. Così come non si deve fare il Ponte sullo Stretto che non vuole nessuno e non serve a nulla». Il finale è per la solita mozione d’affetti: «Lo sciopero», dice dopo aver annunciato la mobilitazione generale, «è lo strumento più solidale che esiste, perché quando tu fai sciopero non lo fai solo per difendere i tuoi diritti, ma lo fai anche per estendere quei diritti alle altre persone». La stecca più grossa Landini la tira quando preso dall’entusiasmo spiega che «la protesta deve essere internazionale, come ci insegnano i giovani». Ecco, proprio in quel momento i giovani a Milano mettevano a ferro e fuoco il centro della città e tiravano bombe carta agli agenti delle forze dell’ordine. Insomma, non proprio il massimo.
E i leader del campo largo? A fine comizio si abbracciano sotto il palco, forse presi dalla strizza del «questo ci frega il posto». Le parole sono le stesse: «Meloni se ne vada» (Conte), «no spese per le armi, si a quelle per la sanità» (Schlein). L’unico (assente) fuori dal coro è il leader di Azione Carlo Calenda: «Landini come al solito chiede più soldi su tutto. Poi la Cgil firma contratti a 4 euro l’ora. Quindi non si capisce bene, loro quando devono farli tirare fuori i soldi non ci riescono mai».