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La sinistra li corteggia ma per i giovani non ha fatto nulla

Fa sorridere che la sinistra corteggi i giovani manifestanti al lazzo del pro-Pal Youssef quando in dieci anni di governo nulla ha fatto (se non invece danni) per i loro stipendi, la burocrazia che ne tarpa le iniziative, l’edilizia popolare, e il caro energia
di Andrea Ruggieri lunedì 26 ottobre 2026

2' di lettura

Fa sorridere che la sinistra corteggi i giovani manifestanti al lazzo del pro-Pal Youssef quando in dieci anni di governo nulla ha fatto (se non invece danni) per i loro stipendi, la burocrazia che ne tarpa le iniziative, l’edilizia popolare, e il caro energia. E che critichi il governo che invece da par suo una cosa sacrosanta per i giovani l’ha fatta, anche se attende ancora attuazione: la valutazione di impatto generazionale, introdotta lo scorso anno dalla legge sulla semplificazione normativa. Prima di approvare una norma, il governo, di qualunque colore sia, deve chiedersi chi ne pagherà il conto fra vent’anni.

Ora, detto che far mancare il decreto attuativo è un po’ come inaugurare un museo e dimenticarsi di appendervi i quadri, alla sinistra dobbiamo invece, tra l’altro, un superbonus a debito che costringerà i giovani a rimontarlo come nega al governo di tagliare maggiormente le tasse proprio sui giovani, e la difesa inesausta di un’altra valutazione, quella di impatto ambientale. Con risultati che i giovani conoscono bene, perché li subiscono ogni giorno: nei treni che rischiano di non arrivare, nelle strade che non ci sono, nelle conseguenti minori opportunità che questo andazzo reazionario e ideologico evita di generare.

Nata per proteggere il territorio, la Via è oggi il più efficiente strumento di immobilità mai concepito. Abbiamo visto superstrade aspettare cinque anni il via libera ecologico. Nel 2021 la commissione ministeriale aveva in coda 640 progetti. Parchi eolici e solari, quelli che secondo i fan del green dovrebbero salvare il pianeta, restano impigliati nei pareri, frenando paradossalmente la transizione ecologica in nome dell’ecologia. Nel frattempo, i Tir restano in coda sulle statali mentre l’opera che li toglierebbe dalla strada aspetta il timbro latitante di chi non ne risponderà mai. Ogni anno perso è un costo scaricato su chi viene dopo: cantieri che raddoppiano di prezzo, imprese che non investono, ragazzi che prendono un aereo per Monaco o Dublino perché lì le cose si fanno, e in tempi che un ventenne può ancora vedere.

La Via è il più grande debito intergenerazionale che lo Stato abbia contratto senza metterlo a bilancio. Allora invertiamo l’ordine dei fattori. Il governo vari subito il decreto sulla VIG e lo applichi, per prima cosa, alla Via stessa. Scoprirà che l’opera più dannosa per le generazioni future è quella che non si fa. E che una valutazione preventiva, quando diventa veto permanente, smette di tutelare e comincia a togliere. Abbandonare la Via come la conosciamo non vuol dire smettere di amare il paesaggio. Vuol dire fidarsi di regole chiare, controlli severi a valle e responsabilità vere, come nei Paesi che costruiscono. Questo significherebbe fare l’interesse dei giovani, senza difendere chi blocca le strade, chi invoca l’eliminazione di Israele dalla mappa, o chi fa l’anticapitalista ma vuole i prodotti del capitalismo gratis, attraverso il saccheggio.

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