“Lega di lotta e di governo”. Lo slogan del congresso che ha riconfermato Salvini ben sintetizza la storia, e quindi l’identità, del partito, che ha sempre alternato, già dai tempi di Bossi, la capacità di interpretare il sentimento, o meglio il giustificato risentimento, di una larga fascia della popolazione verso una politica sentita lontana dai problemi concreti della gente; e la capacità di governare e amministrare, ricoprendo con dignità i ruoli istituzionali di volta in volta conquistati. Non molti forse sanno, o ricordano, però che l’espressione “di governo e di lotta” fu coniata da Gianni Cervetti, l’ex tesoriere del Partito Comunista, che dette questo titolo alla relazione letta in comitato centrale il 13 dicembre 1976, all’indomani delle elezioni politiche che avevano fatto raggiungere al partito di Berlinguer il massimo storico con il 34,4 per cento dei consensi. Era un’Italia in preda alla crisi economica e politica, con forze terroristiche organizzate che minavano all’unità dello stato, con i comunisti che cercavano di isolarle cercando di rimuovere la loro appartenenza al proprio “album di famiglia”.
Cervetti nel partito rappresentava l’ala “migliorista” che più spingeva l’acceleratore per una sua trasformazione, che non ci sarà mai, in senso occidentale. Ciò anche in previsione di responsabilità di governo centrale che non arriveranno, e che al massimo si esprimeranno nell’appoggio agli esecutivi di “solidarietà nazionale”. Nella relazione, Cervetti immaginava appunto un partito che sapesse assumersi responsabilità istituzionali e di governo senza rinunciare al suo dna di mobilitazione e lotta. La scelta di Berlinguer fu di tutt’altro tenore: il PCI puntò tutto sulla “questione morale”, trovandosi impreparato al momento della caduta del comunismo. Per uno di quegli scherzi del destino di cui è piena la storia a rendere effettuale quella sintesi doveva essere un partito nuovo, immaginato da una mente visionaria quale quella di Bossi, fortificato dal contributo di tanti militanti e amministratori, che dalla provincia settentrionale avrebbe preso le mosse per conquistare, con lo stesso spirito, le istituzioni nazionali, immettendovi nuova linfa e trasformando radicalmente l’idea stessa di politica.
Nulla di strano: è questa la giusta dialettica fra vita e istituzioni, espressa dalla locuzione latina vitam instituere, che si trova in Marciano e che è stata ripresa e sviluppata recentemente dal filosofo Roberto Esposito in suo libro. Parafrasando Kant, si può dire che istituzioni chiuse in se stesse e senza rapporto con la vita sono vuote, così come una vitalità che non riesca a esprimersi in forme politiche e istituzionali è cieca. La differenza fra la Lega e il PCI è tanta e sostanziale. C’è però un elemento che dovrebbe far riflettere, soprattutto l’attuale sinistra ideologica e culturalmente inconsistente. Oggi l’elettorato della Lega si concentra spesso in zone un tempo a forte prevalenza comunista e operaia. Non è un caso. Le istanze delle persone più deboli, che oggi si chiamano sicurezza e salvaguardia del tenore di vita, sono rappresentate non più dalla sinistra ma da un partito che, insieme alle altre forze di governo, prova quotidianamente a tradurle in politiche concrete.