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Il 70 per cento dei carcerati soffre di una malattia cronica

Emergono dati preoccupanti dal XIXo Congresso nazionale della Società italiana di medicina e sanità penitenziaria (Simspe), soprattutto per quanto riguarda la tubercolosi – molto diffusa tra i detenuti migranti – e l’epatite C
di Maria Rita Montebelli domenica 14 ottobre 2018

Professor Sergio Babudieri

2' di lettura

Si è svolto nei giorni scorsi a Roma il XIX° Congresso nazionale della Società italiana di medicina e sanità penitenziaria (Simspe), che ha puntato i riflettori su un tema di grande importanza: quello dello stato di salute dei detenuti nelle carceri italiane. L’evento è stato organizzato Società italiana di malattie infettive e tropicali (Simit), e i 200 i partecipanti provenienti da tutta Italia per discutere temi quali la vaccinazione delle persone detenute, l‘integrazione e la tutela delle fragilità sanitarie e sociali in carcere, il dolore e la salute mentale in ambito penitenziario, la micro-eradicazione dell’epatite C, esperienze di gestione dei detenuti migranti. Quella delle nostre carceri non è una situazione idillica: ogni anno all'interno dei 190 istituti penitenziari italiani transitano tra i 100-105 mila detenuti e, secondo gli ultimi dati, circa il 70 per cento  possiede almeno una malattia cronica, ma di questi poco meno della metà ne è consapevole. All’interno delle carceri si concentrano persone affette dalle patologie più disparate - malattie infettive, psichiatriche, metaboliche, cardiovascolari e respiratorie – e questo crea molteplici disagi. Epatite C.  "Tra le malattie infettive, il virus dell'epatite C è quello più rappresentato, soprattutto a causa del fenomeno della tossicodipendenza - spiega il professor Sergio Babudieri, presidente del Congresso e direttore scientifico Simspe onlus – è risaputo che un terzo dei detenuti (34 per cento) è recluso per spaccio di stupefacenti, il che li rende più soggetti a malattie infettive. Dal 30 al 38 per cento dei carcerati ha gli anticorpi del virus dell'epatite C, e di questi il 70 per cento hanno il virus attivo. Dai 25 ai 30mila detenuti avrebbero bisogno di essere trattati con i nuovi farmaci altamente attivi contro il virus dell’epatite C". Hiv, epatite B, tubercolosi. Numeri migliori, ma non ancora positivi, per quanto riguarda l'Hiv. Una patologia in diminuzione, ma che non riguarda più principalmente ed esclusivamente le sole categorie a rischio. Oggi si parla del 3-3,5 per cento di sieropositivi nelle carceri, ma è difficile effettuare nuove diagnosi. Gli affetti da Epatite B, invece, sono circa il 5-6 per cento del totale. Inoltre oltre la metà dei detenuti stranieri è positivo ai test per la tubercolosi. Migranti e malattie. "Quando parliamo di migranti - spiega Babudieri - dobbiamo ricordarci che si tratta di persone che, per più o meno ovvie ragioni, tendono a non curarsi e a non poter approfondire la propria situazione sanitaria. In aumento per loro è soprattutto la tubercolosi, con la possibilità di incrementare la circolazione di ceppi multiresistenti ai farmaci. Un ulteriore problema è intrinseco alla malattia, per sua natura subdola e non facilmente diagnosticabile, perché il peggioramento è lento e graduale. Purtroppo ci vorrebbe una maggiore attenzione proprio a partire dai centri migranti, spesso con controlli sanitari non adeguati". (MATILDE SCUDERI)

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