Felini

Gatti irascibili e pieni di fobie? Colpa dell'uomo: ecco perché svalvolano

Alberto Fraja

Credete forse, voi umani, di avere il monopolio delle fobie, l’esclusiva dei disturbi di personalità, il dominio delle turbe? Siete per caso certi di essere i soli bersagli di crisi di identità, di condizioni di paranoia, di patologie fobico ansiose? Se così fosse, sbagliereste delle grosse siccome esiste in natura un’altra creatura di Dio vittima di questi stessi disagi legati alla sfera psicologica. Si tratta di quell’essere delizioso tutto peloso dal corpo agile e flessuoso, dotato di strani baffetti detti vibrisse, zampe corte con unghie retrattili che dal giorno in cui fu domesticato, 10.000 anni fa, in Mesopotamia, ci degna della sua gradevolissima compagnia: il gatto. Ebbene sì, anche il micio in date condizioni può esaurirsi, nel senso che può cadere in depressione, fino addirittura a sconfinare nella pazzia totale. Parola di Claude Béata, veterinario specializzato in medicina comportamentale che all’insolito argomento ha dedicato un saggio di enorme interesse dal titolo emblematico quant’altri mai: “Anche i gatti nel loro piccolo sbroccano” (Giunti, 256 pagine, 16,90 euro).

Ma quand’è che il gatto svalvola? Quando attacca tua suocera, un vicino, un parente o quando riduce te che saresti il suo padrone a un tiragraffi. Tutti segnali inequivocabili che attestano la crisi di identità in cui esso è precipitato. Nel libro Béata illustra gli esempi di “pazienti” i più schizzati con cui ha e ha avuto a che fare: gatti che sembrano angioletti e che però all’improvviso girano il muso, tirano fuori gli occhi dalle orbite e ti attaccano stile Jack Nicholson in Shining. Gatti in modalità demone da cui i padroni, terrorizzati, sono stati salvati dai vigili del fuoco (è accaduto anche questo). L’autore ha intuito quali sono i primi sintomi di depressione nel gatto dopo aver visitato un gattile, uno di quei quei luoghi stile campo di concentramento in cui colonie di mici condividono spazi angusti.
«Visitando una di queste strutture, vi troverete per lo più animali calmi. Però, se i vostri occhi sono esperti, noterete sicuramente gatti con il pelo opaco e arruffato, segno che hanno ridotto notevolmente il tempo dedicato alla toelettatura», scrive Bèata. Ebbene, sappiate che quando il piccolo felino non può più curare la propria igiene va in cimbali, precipitandolo in una sofferenza da umore triste, vuoto o irritabile. Non solo. Un gatto può cadere in depressione anche se è stato sterilizzato molto tardi, o se è avanti con gli anni oppure ancora se è vittima di demenza (stiamo parlando di un animale che è ufficialmente anziano dopo gli 11 anni).

 

 

 

IN GUARDIA

E quand’è che Fuffi impazzisce? Béata fa una netta distinzione tra gatti sul serio pazzi e cioè gatti “in sindrome dissociativa”, che vivono in deformazione effettiva della realtà, psicotici “la cui mente è invasa da topi o cani mostruosi che li terrorizza oltre ogni immaginazione”, dai gatti colpiti da nevrosi e fobie. Un gatto è nevrotico o è fobico per via di travagli personali: può esser figlio di madre sconsiderata, avere subito traumi potenti, o vivere un disagio domestico grave che manifesta strappandosi i peli, perlopiù sulla pancia, dormendo poco e male, svegliandosi di soprassalto con espressione a urlo di Munch e producendosi in un miagolìo che sembra un disco di Yoko Ono.

E tuttavia non disperiamo. Qualche rimedio alle stramberie dei nostri mici disturbati c’è. La prima cosa da fare è quella di sottoporlo ad una visita psichiatrica, durante la quale il padrone dell’animale dovrà essere presente e rispondere a tante domande sul rapporto che ha col gatto e sulla vita e abitudini del felino. A questo punto l’esperto procederà a una gatto-testa “Poultry Science”. Finalità dello studio è analizzare l’effetto della produzione intensiva e della sua influenza sull’intelligenza. Ne emerge che la selezione intensiva, oltre che sugli aspetti fisici, potrebbe avere ripercussioni anche sul comportamento e sulle capacità cognitive degli animali. (Getty) rapia comportamentale e prescriverà al “paziente” una serie di psicofarmaci. Dei quali peraltro spesso non c’è bisogno siccome non è remota la possibilità che un gatto ritrovi il suo equilibrio interiore assumendo calmanti omeopatici, o attraverso la cosiddetta aromaterapia.

 

 

 

EVOLUZIONE

In conclusione, la domanda delle cento pistole: perché accade tutto ciò? «Da quando i gatti convivono con noi, il loro comportamento si è evoluto. Sono sempre gatti, naturalmente, non possono fare a meno di cacciare, mettersi in agguato e balzare con grazia su tutto ciò che si muove – scrive in prefazione il neuropsichiatra Boris Cyrulnik -. Un gatto è un gatto, un predatore veloce, silenzioso ed elegante che può fare a pezzi una preda tre volte più grande di lui con i suoi piccoli denti. Ma il semplice fatto di vivere in un mondo in cui gli esseri umani sono immersi in una sorta di “panico tecnologico” che spezza i ritmi alternati del lavoro e del riposo, della caccia e della tranquillità, provoca cambiamenti biologici e disturbi comportamentali sia dell’uomo sia degli animali». Ci avremmo giurato. È l’antropomorfizzazione, vale a dire la tendenza a interpretare le altre specie come se fossero uguali all’uomo, la causa del rincoglionimento dei nostri amici felini.