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Papas arrugadas, sale e un tocco di magia al limitar d'Europa

El Hierro, avamposto del continente, uno scrigno nelle Canarie. E tra i suoi tanti tesori queste piccole patate che sprigionano sapidità: il racconto di una scoperta
di Andrea Tempestini venerdì 16 gennaio 2026

2' di lettura

Finimmo a El Hierro perché le Canarie ci stavano pregiudizialmente e in parte meritoriamente sulle balle. Ma di quel puntino, El Hierro, non parlava mai nessuno e noi siamo stereotipici. Isola scomoda da raggiungere, scali e collegamenti tutto tranne che quotidiani. Ma perbacco se ne valse la pena. I confini di una civiltà civile, un’alchimia sociale minuscola e rigida, mare selvaggio e cristallino, vette a 1.500 metri in 270 km quadrati, coste comprese. Uno stordente scherzo geomorfico laddove le temperature non variano quasi mai. Onde a riva e nebulose in altura a perimetrare boschi minuti, ginepri contorti dal vento incessante (uno, dalle forme esasperate, è il simbolo dell’isola). Pozo de la Calcosas, case in pietra nera fronte mare, per raggiungerle un'infinità di scalini così ripidi da mettere a prova i cuori più allenati. Bar umidi, sozzi, beoni che ti guardano come un alieno.

Di El Hierro se ne è parlato in tempi recenti per due ragioni. La prima, un documentario Prime sugli estremi dell’Europa, Svalbard e El Hierro, appunto. La seconda, la crisi migratoria: migliaia di disperati dall’Africa occidentale, centinaia di morti, il naufragio nel maggio 2025. Gli autoctoni deprecano (la Spagna).

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A El Hierro ho incontrato le papas arrugadas, emblema canario che ignoravo. Patate piccole, tonde, buccia fine, cotte in un tripudio di sale. Per un chilo almeno 300 grammi di sale grosso. Neppure l’acqua del mare. Si lavano, si coprono d’acqua fredda in un tegame, poi il sale, si porta l’acqua a bollore e fuoco vivace per una generosa mezz’ora. Si scolano e resta un velo d’acqua e sale sul fondo della pentola, i tuberi tornano nel tegame, fiamma bassa fino a completa evaporazione dell’acqua. Et voilà, la papa arrugada, ovvero raggrinzita (e ricoperta della patina bianca della salgemma). Sapidità estrema da mordere con buccia. Ad accompagnarle due salse: mojo rojo (peperoni, aglio, cumino, paprika, sale, aceto e olio) e mojo verde (coriandolo, peperoncino, sale, aceto e olio).

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Le incontrai in una bettola con tavoli di plastica lercia, tovaglie di carta a coprire la lordura. Le servirono con un vassoio di camarones cocidos, altra bella scoperta: gamberetti baffuti e per nulla sgusciati cotti in acqua salata e alghe, poi scolati e spolverati con altro sal gordo. Si inghiotte tutto: una papa e una manciata di camarones. Salinità ficcante, estasi per il palato ma non per le arterie. Generosi bicchieri di Listàn Blanco a domare l’arsura e via riproponendo papas e camarones. Sublime perché malsano e soprattutto gustoso. Una diavoleria - le papas - che ho provato a cucinare senza particolare successo. El Hierro ha una punta di magia, io no.

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