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Il toast come le Marche: una meraviglia spesso sottovalutata

Non si tratta di sollucchero sbrigativo e compatibile col latitar del tempo, ma di arte disciplinata. Qualche nozione (e qualche coordinata georgrafica)
di Andrea Tempestini venerdì 23 gennaio 2026

2' di lettura

Il toast è come le Marche: sottovalutato. Pare un dettaglio, lo si dà per scontato: tutti lo mangiano (come tutti passano per le Marche) e tutti lo derubricano: buono, ma chissenefrega. Sempre come le Marche: che ci frega di quei posti? Pazzia. Le Marche sono la regione più trascurata d’Italia: un poliedrico concentrato di meraviglie che i più ignorano.

Avete presente Vittorio Sgarbi? Sulle Marche - sua terra elettiva - sostiene il mio punto (o meglio io sostenevo inconsapevolmente il suo, mai mi azzarderei). Sostiene che siano un territorio erroneamente minimizzato. Se lo dice lui - mica io -, maledizione, fatevi una domanda.

Tant’è, non riempirò suddetta colonnina in comodato d’uso erudendovi su ciauscolo e crescione, su Gradara, Passo del Furlo e Conero, sulla Locanda Ciacci, i suoi polli e i prezzi concilianti. Qui si parla del toast: sottovalutato come le Marche. Non è un riempitivo, sollucchero sbrigativo e compatibile col latitar del tempo. È arte disciplinata, almeno per chi meritoriamente lo nobilita. Potenziale figata per il palato. Se appartenete alla categoria di inetti che ne tagliano i bordi lasciate perdere, epigoni di chi seziona il grasso del prosciutto crudo o scarta il midollo dell’ossobuco. Riprovevole. Se tagliate il bordo non per gusto ma poiché poco gozzo siete inadatti all’ars: la farcia va disposta con perizia, in modo uniforme, il giusto per renderlo un’appetibile emozione.

Il non plus ultra è la semplicità: cotto di qualità (quelli «per toast», scarti degli scarti, cestinateli); fontina, provola, brie o taleggio (sottiletta, raus!). Insomma un buon formaggio, al bando i sottoprodotti industriali. Porte aperte anche a crudo (occhio a non cuocerlo), salame Milano, pancetta, volendo speck. Capitolo farcitura: cetriolini sott’olio tagliati fini; funghi (champignon, finferli, porcini in barba al caro-vita). Parola d’ordine: materie prime di qualità! Anche se, ammetto, c’è una farcitura gran-mix sott’olio di un celebre supermarket - cetriolini, carote, carciofi, rape, peperoni, sedano, cipollotti ostica a digerirsi, di qualità rivedibile, ma accipicchia che gusto (contraddirsi è vitalità).

Salse: mix di maionese e senape, una punta di mostarda in più rispetto alla maio. Niente ketchup, salsa rosa, barbecue e tutto il resto.

Il segreto: per ottenere un’euforica crosticina spalmare un velo di burro all’esterno delle fette di pane (bianco) in cassetta prima di piastrarle.

PS. Capitò che un collega siciliano mi chiese: «Ma tu infili il toast già farcito nel tostapane o tosti le fette singolarmente?». Se ne evincono due fatti: primo, nella Sicilia dai tempi amabilmente dilatati il toast non sfonda; secondo, profanarlo è pratica diffusa.

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