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Circolino e cannelloni, l'essenza della magia di provincia

Un borgo nel Varesotto, l'ombra dello spopolamento spazzata via (paradossalmente) dal Covid. E quel ristorantino che passa di mano in mano e non chiude mai...
di Andrea Tempestini venerdì 3 luglio 2026

2' di lettura

C’è un borgo nel Varesotto che soccombeva per lo spopolamento. Il Covid ha cambiato tutto, anche perché quel borgo è fatato. Nella piazza principale, l’unica, quella con la chiesa, da sempre staziona un circolino che passa di mano in mano.

Quando il Covid cambiò tutto fu preso in gestione da due ragazzi, una coppia con tanta voglia di fare e talento in cucina. Poi qualcosa si è rotto: il sindaco li tampinava per gli schiamazzi e per i parcheggi avventurosi degli avventori (che non infastidivano nessuno). Non solo il sindaco: il lui della coppia andò fuori di capoccia, chissà in che tunnel si cacciò. Il circolino passò ancora di mano, un’altra coppia con altrettanto talento in cucina.

Rudi, sinceri, in pratica il meglio dello stereotipo di provincia. Lui, A., diabetico, nei giorni di gran caldo serviva in ciabatte di gomma scusandosi per le ciabatte ancor prima che qualcuno potesse vederle. A. cazzeggiava alla grande con tutti. Lei, S., dolce e concentrata, sgobbava in cucina e fidelizzava gli avventori con i suoi manicaretti. Poi il sindaco iniziò a tampinarli per il karaoke e per i parcheggi avventurosi che non infastidivano nessuno. A. mi disse: «Cazzo, non sono un parcheggiatore! Sì, lo ho minacciato! Ora quando passa qua davanti in auto abbassa la testa». Non il miglior viatico.

S. cucina cannelloni afrodisiaci e propone semplici tagliate - carne di livello - cotte alla perfezione. Per antipasto salumi, pochi prodotti ma oltremodo degni. Dovevo rendervene conto perché in fondo, qui, tecnicamente, si parla di cucina.

Al circolino staziona sempiternamente una donna dall’età indefinibile, un’eroinomane con voce roca, parla col suo cane e prova a parlare con tutti. Un altro avventore, anziano e in canotta, la dileggia oscenamente con battute irriferibili. Un giorno ero con i miei due bimbi e lei era al suo tavolino, si presentò per l’ennesima volta e si propose come baby-sitter. Mi colpì l’impudenza, per quanto naif.

Un giorno cercavo un’infermiera per un’iniezione di Rocefin, ne chiamai sette e ne trovai zero. Ero al circolino, lo dissi a S. che mi disse che lei, prima, faceva l’infermiera: il giorno successivo mi infilzò il gluteo in bagno. Prima della puntura mi vergognavo un poco, lo dissi e A. rispose: «Sai la S. quanti culi ha visto in vita sua?». Replicai di getto: «Non ho dubbi». Poi aggiunsi: «È uscita male». A. rise sguaiatamente. Sempre A., dopo l’iniezione, scandì ululando: «Quando S. era ancora innamorata di me mi portava in bagno ma mica ci restavo così poco!». Risata scomposta, la sua; di circostanza, la mia: sono timido.

Quel circolo è un microcosmo. La comfort-zone della provincia più impenetrabile. Ciò a cui tendo ma per cui non sono adatto. Ad ogni modo, si mangia davvero bene.

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