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Pausa pranzo? Un salasso: ecco quanto puoi risparmiare portando il cibo da casa

di Luca Puccini venerdì 25 settembre 2026

3' di lettura

Chiaramente dipende da cosa ti prepari. Se il classico dei classici (l’intramontabile, immortale, senza tempo panino cotto e fontina) o la versione gourmet un po’ da fighetto (per esempio una bowl di riso venere con mazzancolle saltate e una spruzzatina di lime da intiepidire nel microonde dell’ufficio). Però, signori, la schiscetta oramai è questione di sopravvivenza. Sì, buoni tutti ad andare in pausa pranzo al bar, però coi ticket della ditta. Quelli fortunati con la mensa aziendale, quelli coi coperti convenzionati, quelli dei pranzi-di-lavoro: ma noi, impiegati, dipendenti, funzionari con un’oretta scarsa dopo mezzogiorno e, soprattutto, con gli spicci contati in tasca (ché già ci sono la benzina, le bollette, la tari, la scuola dei bimbi, il mutuo e il conto del dentista) come ce la caviamo? Col take-away ma dalla cucina di casa. Metti una sera a cena (da te) con la pasta al pesto avanzata (dai bambini) dentro un tupperware multiuso (tra l’altro, santissima pasta al pesto: buona anche fredda): è il ritorno della schiscetta. Non che se ne sia mai andata, per carità, però oggi vale più che mai.

Dice l’Osservatorio nazionale di Federconsumatori, che in 25 anni pranzare fuori ha prodotto uno scontrino rincarato fino al 368% in più (l’8% in più solo nell’ultimo anno) e che con una spesa media a settimana di circa 81 euro, calcolando le settimane lavorative di un anno, si può anche sborsare i una cifra che oscilla sui 3mila euro (dai 2.760 ai 3.2509): una tredicesima rinforzata. Ah, l’insalata monoporzione. Ché mentre una bottiglietta d’acqua da mezzo litro, rispetto all’inizio del secolo, è aumentata del 323%, un primo piatto di pasta del 245%, un dessert del 125% e il caffè del 116%; lei, la mitica rucola e scaglie di grana, sulle tariffe del 2024 è pure in sforbiciata del meno 6%, così come la zuppa nel cartone e la frutta tagliata (meno 5%). Un pranzo completo al ristorante oggi costa in media 16,19 euro. Il tramezzino-acqua-caffè consumato in piedi sta sui 7 euro. La schiscetta è molto più economica, se te la porti da casa ancor meno, se la prendi all’ipermercato te la sbrighi con tre, quattro euro (di media, 3,68 per un’insalata, 3,12 per la vaschetta di salumi e formaggio, 4,89 per il cous cous confezionato): ma vuoi mettere?

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Loro, i ristoratori, in quelle tavole calde, punti di ristoro e persino nei gastrobar della grande distribuzione, fanno i salti mortali e in maggioranza offrono un servizio che non ha paragoni con le posatine di plastica e il tovagliolino striminzito che ti rifila il bancone del discount: eppure i costi gravano soprattutto su di loro che devono mandare avanti un locale, hanno i fornitori da pagare, le mensilità dei camerieri, la luce, il gas, spesso l’affitto sul groppone e in un qualche modo, il bilancio in cassa, lo devono far tornare. «Mangiare fuori durante la giornata lavorativa è diventato un lusso quasi insostenibile per le tasche degli italiani», sintetizza l’associazione dei consumatori. Perché poi il punto sta proprio lì, nella capacità di consumo. Son cresciute le spese, son aumentati i costi, ma complessivamente gli stipendi son rimasti quelli.

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E quel pranzo-al-sacco-da-scrivania, che ti viene 4,90 euro ma che te la puoi cavare anche con due, che col meal-prep va bene anche a dieta, forse salva le capre e non i cavoli: «Rimane il fatto», spiega Federconsumatori, «che nell’ottica di tutelare il potere di acquisto dei lavoratori occorrono interventi strutturali. Per questo chiediamo un innalzamento del valore die buoni pasto e, inoltre, sollecitiamo un monitoraggio puntuale e continuo dei prezzi

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