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Gli SGLT2 proteggono i diabetici dall’infarto. E senza ‘Super-Mario’

L'ipotesi sui meccanismi con cui questa classe di farmaci protegga il cuore dei diabetici dall’infarto è quella di un loro possibile reclutamento delle cellule ‘Super-Mario’, quelle cosiddette ‘ripara-vasi’
di Maria Rita Montebelli domenica 7 ottobre 2018

2' di lettura

Il diabete mellito si associa ad una aumentata prevalenza ed incidenza di malattie cardiovascolari. L’esposizione cronica ad elevati valori glicemici è in grado di ridurre il numero e la funzione delle cellule staminali circolanti (CSC) e delle cellule progenitrici endoteliali (EPC), favorendo così lo sviluppo del danno aterosclerotico e/o la sua progressione. Negli ultimi anni, una serie di studi hanno dimostrato che i farmaci inibitori del co-trasportatore sodio-glucosio di tipo 2 (SGLT2) migliorano gli esiti cardiovascolari nei pazienti con diabete tipo 2 (T2D). Questo studio presentato all’Easd da giovani diabetologi grazie ad un travel grant della Società Italiana di Diabetologia SID è andato a valutare se il trattamento con due farmaci appartenenti alla classe degli inibitori di SGLT2 fosse in grado di influenzare i livelli di CSC ed EPC. “Abbiamo misurato le CSC (CD34+) ed EPC (CD34+ KDR+) – spiega la dottoressa Benedetta Maria Bonora - mediante citometria a flusso, al basale e dopo 12 settimane di trattamento, in pazienti con T2D randomizzati a ricevere dapagliflozin (n = 15) o placebo (n = 16). Le CSC ed EPC sono state nuovamente misurate dopo un periodo di estensione in aperto. Inoltre, in 15 pazienti con T2D, abbiamo valutato le CSC ed EPC al basale e dopo 12 settimane di trattamento in aperto con empagliflozin”. Dopo 12 settimane, le CSC sono risultate diminuite in modo non significativo nel gruppo dapagliflozin, rimanendo stabili nel gruppo placebo e il cambiamento rispetto al basale non era significativamente differente tra i due gruppi. Le EPC sono diminuite in modo non significativo nel gruppo dapagliflozin e aumentate non significativamente nel gruppo placebo. Il cambiamento rispetto al basale era significativamente differente tra i due gruppi. Dopo un periodo di estensione in aperto di circa 1,5 anni, le CSC sono rimaste stabili nel tempo, mentre le EPC sono aumentate in modo significativo nei pazienti trattati con dapagliflozin. In tutti i pazienti, indipendentemente dal trattamento, le EPC sono aumentate significativamente dal basale alla fine dell'osservazione, in concomitanza con il miglioramento dell'HbA1c. Nella coorte di 15 pazienti che hanno ricevuto empagliflozin in aperto per 12 settimane, le CSC sono diminuite in modo non significativo, mentre le EPC sono rimaste stabili. “Gli inibitori di SGLT2 – conclude la dottoressa Bonora – non aumentano significativamente le CSC e le EPC. Pertanto, la protezione cardiovascolare degli inibitori di SGLT2 potrebbe non coinvolgere direttamente le cellule staminali/progenitrici”. Effects of sodium glucose cotransporter-2 inhibitors on circulating stem and progenitor cells in patients with type 2 diabetes Autori: B. Bonora, R. Cappellari, A Avogara, G. Fadini - Università di Padova  

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DIABETE
EASD
EUROPEAN ASSOCIATION FOR THE STUDY OF DIABETES
EFSD
SOCIETÀ ITALIANA DI DIABETOLOGIA
SID
CELLULE STAMINALI CIRCOLANTI
CSC
CELLULE PROGENITRICI ENDOTELIALI
EPC
FARMACI INIBITORI DEL CO-TRASPORTATORE SODIO-GLUCOSIO DI TIPO 2
SGLT2
BENEDETTA MARIA BONORA
DAPAGLIFLOZIN
EMPAGLIFLOZIN
HBA1C

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