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Difesa e aggressione, il meccanismo: perché diventiamo violenti

di Paola Natali lunedì 15 giugno 2026

3' di lettura

Le persone ricorrono alla violenza per aggredire o per difendersi? E quanto contano davvero le motivazioni che dichiarano? Sono le domande al centro di un acceso dibattito scientifico pubblicato sulle pagine della prestigiosa rivista Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), che mette in discussione alcune delle spiegazioni più diffuse sull’origine dei comportamenti violenti tra gruppi.

Secondo una ricerca guidata dallo psicologo Jonas Kunst, le forme offensive e difensive di estremismo violento rappresentano sistemi motivazionali distinti. In altre parole, chi è disposto a usare la violenza per attaccare sarebbe mosso da dinamiche psicologiche diverse rispetto a chi la considera legittima solo per difendersi da una minaccia. Lo studio rileva inoltre che le intenzioni difensive risultano generalmente più diffuse di quelle offensive, un fenomeno che gli autori attribuiscono alla maggiore legittimità morale riconosciuta alle azioni di autodifesa. Ma non tutti gli studiosi condividono questa interpretazione. In un commento pubblicato sempre su PNAS, alcuni ricercatori sostengono che le intenzioni dichiarate dalle persone raccontino soltanto una parte della storia. Per comprendere davvero perché individui e gruppi scelgano di combattere, spiegano, occorre osservare il comportamento concreto e le condizioni strategiche nelle quali vengono prese le decisioni.

Gli esperimenti condotti negli ultimi anni attraverso giochi di conflitto intergruppo mostrano infatti un dato ricorrente: le persone tendono a investire maggiormente nella difesa che nell’attacco anche quando gli aspetti morali vengono esclusi dall’analisi. La ragione potrebbe essere meno ideologica e più pragmatica. Difendersi consente di limitare possibili perdite, mentre attaccare comporta costi elevati e risultati incerti. Da questa prospettiva, la preferenza per la difesa non deriverebbe necessariamente da una superiore legittimità morale, ma da un semplice calcolo di convenienza.

A complicare ulteriormente il quadro intervengono le percezioni che ciascun gruppo sviluppa nei confronti degli altri. Le decisioni di attaccare o proteggersi dipendono infatti anche da ciò che si crede faranno gli avversari. E proprio qui emergono errori sistematici. Studi internazionali condotti in decine di Paesi hanno mostrato che gli individui tendono spesso a sopravvalutare la minaccia rappresentata da alcuni gruppi e a sottovalutare quella di altri. Il risultato è un frequente squilibrio tra attacco e difesa, alimentato più da percezioni errate che da reali intenzioni aggressive.

Anche il rapporto tra ideologia politica e violenza appare meno lineare di quanto suggeriscano le dichiarazioni raccolte nei sondaggi. Se da un lato alcune ricerche mostrano che gli individui con orientamenti più liberali dichiarano una maggiore disponibilità verso azioni offensive e una minore verso quelle difensive, dall’altro gli esperimenti comportamentali evidenziano che le persone con orientamenti più conservatori tendono a investire maggiormente sia nell’attacco sia nella difesa. Una discrepanza che suggerisce come le convinzioni politiche possano influenzare soprattutto il modo in cui gli individui interpretano e giustificano le proprie azioni, più che il comportamento effettivo nei contesti di conflitto. La conclusione degli studiosi è che le intenzioni, da sole, non bastano a spiegare la violenza. Interesse personale, aspettative sul comportamento degli altri, percezione delle minacce e valutazioni strategiche sembrano giocare un ruolo altrettanto decisivo. Le motivazioni morali, spesso invocate per giustificare l’uso della forza, potrebbero intervenire in un secondo momento, come spiegazione di scelte già maturate.

Comprendere questa distinzione non è soltanto un esercizio teorico. In un’epoca segnata da polarizzazione politica, conflitti identitari e radicalizzazione, capire cosa spinge realmente gli individui ad attaccare o difendersi può rappresentare uno strumento fondamentale per prevenire l’escalation della violenza e favorire una convivenza più stabile tra gruppi e società

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