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NOAC nella fibrillazione atriale Una volta o due volte al giorno?

di Maria Rita Montebelli domenica 27 marzo 2016

2' di lettura

Dibattito aperto sulla miglior posologia dei nuovi anticoagulanti (NOAC) testati per la prevenzione o il trattamento del tromboembolismo venoso (TEV), la prevenzione dell'ictus nella fibrillazione atriale (FA) e le sindromi coronariche acute (ACS). I diversi NOAC si differenziano per la biodisponibilità, il metabolismo, la via di eliminazione e le interazioni con altri farmaci, ma hanno una farmacocinetica molto simile, con emivite anch'esse molto simili. La scelta dei regimi posologici in differenti condizioni cliniche, tuttavia, è stata diversa per i vari NOAC, ed è stata stabilita sulla base delle più diverse considerazioni, tra le quali la situazione clinica (trombosi venosa o arteriosa), le indicazioni (la profilassi o il trattamento), l'uso concomitante di farmaci antipiastrinici e le opportunità di marketing; queste ultime si basavano sulla conoscenza che la compliance dei pazienti è generalmente migliore con la somministrazione una volta al giorno rispetto a due volte al giorno. L'attuale corrente di pensiero è che le concentrazioni plasmatiche di picco dei farmaci siano importanti determinanti di sanguinamento: dal momento che un frazionamento della dose giornaliera totale in due somministrazioni giornaliere riduce le concentrazioni plasmatiche di picco del farmaco rispetto al dosaggio una volta al giorno, questo dovrebbe massimizzare la sicurezza. Tuttavia, recenti analisi farmacocinetiche di uno studio di fase II con edoxaban in AF ha dimostrato che i sanguinamenti, a parità di dosaggio giornaliero, erano meno frequenti con la somministrazione una volta al giorno che con la somministrazione due volte al giorno, e correlati – più che con altri parametri farmacocinetici – alle concentrazioni del farmaco. In uno studio di fase II nella SCA, sono state riscontrate frequenze maggiori di sanguinamento anche con darexaban somministrato due volte al giorno rispetto a una volta al giorno. Questi risultati possono portare a riconsiderare la fisiopatologia del sanguinamento nel contesto della terapia anticoagulante. (MARTINA BOSSI)

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